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Le cose che non diciamo di Elizabeth Strout: i silenzi che attraversano i rapporti umani

Mario Macaluso 21.10.2026 6 min di lettura
Le cose che non diciamo di Elizabeth Strout: i silenzi che attraversano i rapporti umani
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C'è un uomo che tutti in città considerano gentile, affidabile, perfino ammirevole. Insegna storia al liceo, gli studenti lo cercano, i genitori lo stimano, qualche anno prima ha ricevuto il riconoscimento di insegnante dell'anno del suo Stato. Eppure, dietro quel volto rassicurante, vive una solitudine che non confessa a nessuno. Da questa distanza tra ciò che si mostra e ciò che si prova nasce Le cose che non diciamo, il nuovo romanzo di Elizabeth Strout, arrivato in libreria il 13 ottobre 2026 per Einaudi, nella collana Supercoralli, con la traduzione di Susanna Basso.

Il libro, uscito negli Stati Uniti a maggio con il titolo The Things We Never Say, è entrato nella shortlist del Booker Prize 2026, il cui vincitore sarà proclamato il 9 novembre. In poco più di duecento pagine Strout costruisce il ritratto di una famiglia e di una piccola comunità con frasi limpide e una pietà mai sentimentale verso le persone comuni.

Una scrittrice delle vite ordinarie

Elizabeth Strout è nata nel 1956 a Portland, nel Maine, e proprio nel New England ha ambientato quasi tutta la sua opera. Il successo internazionale è arrivato con Olive Kitteridge, romanzo in racconti che le è valso il premio Pulitzer nel 2009 e che ha fatto conoscere a un pubblico vastissimo la sua protagonista ruvida e indimenticabile. Da allora sono venuti, tra gli altri, I ragazzi Burgess, Mi chiamo Lucy Barton, Tutto è possibile, Olive, ancora, Oh William!, Lucy davanti al mare e Raccontami tutto, libri in cui personaggi già incontrati tornano e si sfiorano.

Con Le cose che non diciamo l'autrice compie un passo diverso. Dopo anni dedicati soprattutto a figure ricorrenti come Lucy Barton e Olive Kitteridge, mette al centro un protagonista nuovo, che non porta con sé il peso di storie precedenti. Questa freschezza dà al romanzo un'aria più aperta, pur dentro temi immediatamente riconoscibili.

Artie Dam e la sua famiglia

Il protagonista si chiama Artie Dam, ha cinquantasette anni e vive in una cittadina costiera del Massachusetts. È sposato da trent'anni con Evie, che proviene da una vecchia famiglia dell'alta borghesia bostoniana, mentre lui viene da origini modeste. Il matrimonio, con il tempo, si è raffreddato, e anche il rapporto con il figlio Rob si è fatto distante. Sulla famiglia pesa una tragedia antica: dieci anni prima Rob era alla guida di un'auto in un incidente in cui ha perso la vita la sua ragazza, un dolore mai davvero elaborato.

Artie trova rifugio nella barca a vela e nell'insegnamento, ma il malessere lo accompagna da mesi, al punto da fargli contemplare pensieri di morte che tiene accuratamente nascosti. Un incidente in mare segna una svolta, e da lì prende avvio un percorso che lo porterà a scoprire un segreto capace di rimettere in discussione la sua vita coniugale e l'idea che aveva di sé. Su quel segreto è giusto tacere.

Un coro di voci in un'America divisa

Intorno ad Artie si muove un piccolo mondo. Ci sono gli studenti su cui esercita la sua influenza, come Danny Marino, giovane promessa del calcio, e Rhonda, ragazza che fatica a trovare il suo posto. C'è Ken Moynihan, nuovo vicino di casa, e ci sono colleghi e amici. Il punto di vista non resta fisso sul protagonista ma si sposta, con salti nel tempo e anticipazioni di eventi futuri, lasciando che ogni figura riveli la propria fragilità.

La storia si svolge nell'autunno del 2024, alla vigilia delle elezioni presidenziali, e per la prima volta in modo così diretto l'attualità americana entra nella narrativa di Strout. Le tensioni sociali e politiche filtrano negli spazi quotidiani, come una lite a bordo campo durante una partita scolastica, e mostrano quanto la frattura del Paese passi anche attraverso le relazioni private.

Il peso del non detto

Il cuore del romanzo è dichiarato fin dal titolo. Artie si chiede, con un'esasperazione che attraversa tutto il libro, «perché la gente non dice mai niente di vero?». È una domanda che rivolge agli altri ma che riguarda soprattutto lui, che a sua volta nasconde alla moglie, al figlio e agli amici la cosa più importante. Strout non condanna questo silenzio: lo osserva come una condizione quasi naturale dei rapporti, fatta di pudore e paura di ferire.

Nella coppia di Artie ed Evie il non detto si è sedimentato per decenni, fino a diventare una distanza che nessuno dei due sa più colmare. Tra padre e figlio, invece, il silenzio ha la forma di un lutto mai condiviso, di una colpa e di un dolore che ognuno ha portato da solo. Le parole mancate diventano abitazioni in cui si vive per anni, comode e soffocanti, finché un evento imprevisto non ne incrina le pareti.

C'è poi un livello più ampio. Artie è ossessionato dal libero arbitrio e dall'inconscio, dall'idea che ciascuno di noi agisca spinto da forze che non conosce. Il non detto, allora, non è solo ciò che tacciamo agli altri, ma anche ciò che non sappiamo dire a noi stessi.

La grazia delle piccole connessioni

Nonostante la materia dolorosa, Le cose che non diciamo non è un libro cupo. La scrittura di Strout, resa in italiano con la consueta cura da Susanna Basso, procede per immagini luminose, il mare, la luce sulla costa, i dettagli delle giornate, e lascia spazio all'ironia e alla tenerezza. I personaggi sono imperfetti, ma nessuno viene giudicato dall'alto.

Quello che emerge, pagina dopo pagina, è la convinzione che a tenerci in piedi siano spesso i legami più piccoli: una conversazione inattesa, un gesto di un vicino, un momento di sincerità strappato alla routine. Strout suggerisce che la verità detta, anche quando fa male, può aprire una strada che il silenzio aveva chiuso.

Il libro lascia al lettore una domanda che riguarda ciascuno, al di là della storia di Artie Dam e della sua cittadina affacciata sull'oceano. Tutti custodiamo qualcosa che non abbiamo mai detto a chi ci sta accanto, per proteggerlo o per proteggerci. Viene spontaneo chiedersi allora quante delle cose che non diciamo sono davvero indicibili, e quante aspettano soltanto il coraggio di una prima parola?

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