È da qualche giorno iniziato il 2026.
Percorro il Corso Ruggero. Non è pienissimo come in agosto, ma c’è una certa vitalità: passanti, tavolini fuori, voci che si incrociano. È facile, in questi momenti, pensare che la città sia viva tutto l’anno.
Eppure, mentre cammino, mi accorgo che questa non è tutta la storia.
A Cefalù oggi convivono due città nello stesso tempo.
La prima è quella che vediamo: affollata, attraversata dai turisti, animata da presenze stagionali. È la città delle fotografie, delle piazze piene, dei locali che lavorano tutto l’anno.
La seconda è quella che non si vede nei selfie. È la comunità residente che si affida ai numeri per capire il proprio futuro.
Una comunità che non cresce come sembra
Secondo le previsioni demografiche ISTAT per il 2050, Cefalù passerà da una situazione già fragile a una più complessa: il tasso di crescita totale previsto è di -7,4 per mille abitanti, un valore negativo significativo. Questo significa che, rispetto alla popolazione residente, ci saranno più uscite che entrate demografiche, anche tenendo conto di chi arriva da fuori.
Nel 2024, il tasso di crescita totale era già negativo: -1,2 per mille. La differenza tra l’apparenza attuale e la traiettoria demografica futura indica qualcosa di profondo: una città apparentemente piena, ma nel bilancio reale in diminuzione.
Pochi bambini, sempre più anziani
Un altro segnale che i numeri non mentono riguarda le fasce di età. Nel 2024 il tasso di natalità era di 5,2 nati per mille abitanti, e per il 2050 si prevede appena 5,3 per mille. Dati così bassi indicano che la presenza di bambini e giovani famiglie nel tessuto urbano è debole e resterà tale.
Contemporaneamente, la mortalità è destinata ad aumentare (da 12 per mille nel 2024 a 16,8 per mille nel 2050), segno evidente di una popolazione che invecchia.
Turismo sì, ma senza sostituire la comunità
Questi numeri ci aiutano a smascherare un equivoco: una città può essere piena di persone e, allo stesso tempo, perdere consistenza come comunità stabile.
La Cefalù che vediamo è quella attraversata da migliaia di persone all’anno, che lavorano, consumano, passeggiano. La Cefalù che non vediamo è quella che si basa su relazioni durature, famiglie, bambini che vanno a scuola e servizi che devono reggere tutto l’anno – non solo in estate.
I dati ci dicono che la presenza di nuovi residenti, pur positiva, non compensa né la bassa natalità né l’aumento della mortalità. La comunità residente è destinata, se non si interviene politicamente e socialmente, a assottigliarsi.
Non basta apparire vivi
La vitalità turistica è reale e preziosa, ma non equivale a vitalità sociale. Una piazza piena di visitatori non garantisce che una classe resti aperta, che un ambulatorio non chiuda, che un anziano trovi chi lo assiste tutto l’anno.
Questo è il punto su cui dobbiamo fermarci:
il turismo può attraversare una città, ma non può sostituire la comunità che la abita.
I numeri devono guidare le scelte
I dati ISTAT non sono un allarme da togliere dal muro e dimenticare. Sono uno specchio. E quello che riflettono per la Cefalù del 2026 è questo:
- meno nascite e più decessi;
- una comunità sempre più anziana;
- una crescita totale negativa, anche tenendo conto degli arrivi.
Questi indicatori non inseguono l’apparenza. Guardano alla sostanza.
È ora di cambiare prospettiva
La vera sfida non è ridurre il turismo. È integrarlo in una comunità che resta al centro. È far sì che non sia la città a inseguire i turisti, ma che sia il turismo a seguire la vita di chi resta.
Questo è il nodo politico e sociale che i numeri ISTAT ci consegnano oggi, e che nessuna passeggiata per le strade piene può cancellare.
Perché una città non è davvero viva perché è piena di persone.
Una città è viva quando riesce a essere comunità nel tempo.



