C'è una cosa di Cefalù che sfugge a quasi tutti i visitatori, e di cui anche molti cefaludesi parlano poco. Mentre tutti guardano la cattedrale normanna del 1131, mentre tutti salgono alla Rocca per la foto al tramonto, sotto i loro piedi — letteralmente — corre uno dei monumenti più antichi della Sicilia. Le mura megalitiche di Cefalù. Pietre ciclopiche posate qui prima che esistessero i greci di Atene classica, prima che Roma fosse una vera potenza, prima ancora che la cattedrale fosse anche solo immaginata.
Sono più antiche della cattedrale di sedici secoli. Ed è una cifra che, detta così, non si capisce bene. Provate a immaginarla in questo modo: quando Ruggero II pose la prima pietra del duomo nel 1131, queste mura avevano già visto passare i siracusani, i romani, i bizantini, gli arabi. Quando Antonello da Messina dipinse il Ritratto d'Ignoto, queste mura erano lì da quasi duemila anni. Quando il primo viaggiatore francese del Club Med scese alla fermata speciale di Santa Lucia negli anni Sessanta, queste mura lo aspettavano da circa duemilacinquecento.
Cosa sono davvero le mura megalitiche
Si chiamano "megalitiche" — o anche "ciclopiche" — per le dimensioni dei blocchi. Sono grosse pietre di calcare locale, posate a secco, senza alcun tipo di malta. Lo spessore della muraglia raggiunge i tre metri. L'altezza originaria era di circa sei. Le mura seguono la linea della costa, dal mare verso l'interno, fino ad agganciarsi alle pareti strapiombanti della Rocca, formando così un anello difensivo perfetto: davanti il mare, dietro la roccia, in mezzo la città.
La datazione, secondo gli studi del professor Amedeo Tullio — che è oggi il riferimento principale dell'archeologia cefaludese — colloca la costruzione tra la fine del V e l'inizio del IV secolo a.C. La Treccani, nell'Enciclopedia dell'Arte Antica, precisa che la datazione "non può risalire oltre la fine del V sec. a.C.". Significa che le mura sono pre-elleniche o protoelleniche, costruite probabilmente da una comunità indigena della Sicilia settentrionale che, poco dopo, sarebbe entrata nell'orbita greca diventando la polis di Kephaloidion.
Le mura avevano quattro porte di accesso, ancora tutte documentate nel Seicento. Oggi ne sopravvive una sola: Porta Pescara, quella che si affaccia sul vecchio porto, con la sua bell'apertura ad arco e l'aria di luogo che ha visto passare di tutto. Le altre tre porte sono state inghiottite dall'espansione urbana, ma si possono ancora individuare se si sa dove guardare. Sopravvive anche una postierla — una piccola porta secondaria, quasi nascosta — con un imponente architrave monolitico, una sola pietra orizzontale che regge il varco. La pietra ha resistito due millennie e mezzo. È ancora lì.
Kephaloidion: la Cefalù che esisteva prima di chiamarsi Cefalù
La città che queste mura proteggevano non si chiamava Cefalù. Si chiamava Kephaloidion, parola greca che probabilmente deriva da kephalís, "testa", e rimanda sia alla forma della Rocca sia alla sua posizione che domina la costa. I greci la chiamavano così perché era la "testa" di un promontorio che si vede da chilometri di mare.
Kephaloidion non era una colonia greca classica, come Siracusa o Selinunte. Era una città indigena che si era ellenizzata gradualmente, mantenendo a lungo un'autonomia parziale. Le mura megalitiche servivano proprio a questo: a difendere una comunità autonoma da chi voleva conquistarla. E le incursioni arrivarono. Nel 307 a.C. Kephaloidion fu conquistata dai siracusani. Nel 254 a.C. arrivarono i romani, che cambiarono il nome in Cephaloedium. Poi vennero i bizantini, gli arabi (che la chiamavano Gafludi), infine i normanni di Ruggero che la fecero diventare la "Cefalù" che conosciamo oggi.
Ma le mura, in tutto questo, sono rimaste. Hanno cambiato funzione, sono state riadattate, integrate, modificate. Durante il periodo normanno furono rinforzate. Durante il Medioevo vennero in parte incorporate nelle case. A partire dal Cinquecento, però, è cominciato un processo opposto: la gente ha iniziato a smontarle. I blocchi di pietra erano comodi, già squadrati, perfetti per costruire altre case. Per due o tre secoli i muri di alcune abitazioni del centro storico sono stati edificati usando pietre di duemilacinquecento anni. Lo si vede ancora oggi, in certi vicoli, se si sa guardare.
Le grotte preistoriche della Rocca: ancora più indietro nel tempo
Se le mura megalitiche risalgono al V-IV secolo a.C., dobbiamo aggiungere che la presenza umana a Cefalù è ancora molto più antica. Sul versante orientale della Rocca esistono due grotte note come Grotta delle Giumente e Grotta delle Colombe. Le incisioni e i frammenti di ceramica rinvenuti al loro interno risalgono al XVI-XV secolo a.C.: dell'epoca del bronzo medio siciliano, circa tremilacinquecento anni fa.
Quelle grotte erano probabilmente luoghi di rifugio o di culto, frequentati da una popolazione che abitava già la zona di Cefalù un millennio prima che venissero costruite le mura megalitiche. Il Tempio di Diana sulla Rocca, con la sua misteriosa cisterna, viene fatto risalire al IX secolo a.C.: cinque secoli prima delle mura. Per chi ama la cronologia: prima del Tempio di Diana, prima delle mura, prima dei greci, prima dei romani, prima di tutto — c'erano già uomini che vivevano sotto e sopra la Rocca di Cefalù.
Cosa resta da fare
Le mura megalitiche di Cefalù sono un patrimonio archeologico di prim'ordine, e in parte sono state restaurate negli ultimi decenni e rese fruibili. Un cammino lungo il loro perimetro è possibile, e attraversa luoghi spettacolari: il Bastione di Capo Marchiafava, Capo Sant'Antonio, Porta Pescara, la postierla con l'architrave monolitico. Manca però ancora qualcosa di più sistematico. Un percorso archeologico ufficiale, pannelli esplicativi di buon livello, una guida cartacea seria, magari un piccolo antiquarium che esponga i reperti dell'antica Kephaloidion oggi sparsi tra il Museo Mandralisca e i depositi.
Cefalù è giustamente famosa per la sua età normanna. Ma Cefalù era già qualcosa di importante mille anni prima di Ruggero II. Raccontarlo bene significa restituirle la sua vera profondità storica, che è una delle più antiche e affascinanti di tutta la Sicilia settentrionale.
La prossima volta che passate dal porto
La prossima volta che camminate dal porto di Cefalù verso il centro storico, fermatevi un secondo davanti a Porta Pescara. Guardate i blocchi di pietra. Toccateli, se volete. Hanno duemilacinquecento anni. Sono lì dal periodo in cui in Grecia stava finendo l'età di Pericle, in cui Atene era al culmine, in cui Socrate insegnava ai suoi discepoli. Sono lì da prima che esistessero le religioni di oggi. Sono il pezzo più antico della nostra città, e quasi nessuno se ne accorge mai. Bisognerebbe accorgersene un po' di più.