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Alessandro Manzoni: i 5 drammi dei Promessi sposi che raccontano la paura, il potere e le ingiustizie della società

Mario Macaluso 22.10.2026 6 min di lettura
Alessandro Manzoni: i 5 drammi dei Promessi sposi che raccontano la paura, il potere e le ingiustizie della società
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Lo si legge a scuola, spesso con fatica, e lo si abbandona con un certo sollievo. Eppure I promessi sposi resta uno dei romanzi più spietati mai scritti sulla società italiana. Alessandro Manzoni lo pubblicò nella prima versione nel 1827 e lo riscrisse fino all'edizione definitiva del 1840-1842, sciacquando i panni in Arno e limando ogni pagina. Il risultato non è soltanto la storia di due giovani che vogliono sposarsi, ma un ritratto lucidissimo di come funziona il potere quando nessuno lo controlla.

La vicenda si svolge in Lombardia tra il 1628 e il 1630, sotto la dominazione spagnola. Renzo Tramaglino e Lucia Mondella sono due filatori di seta di un paesino sul lago di Como. Non hanno colpe, non hanno ambizioni, non chiedono nulla di straordinario. Basta però il capriccio di un signorotto locale perché la loro vita venga travolta da una catena di prepotenze, fughe, rapimenti, rivolte e infine dalla peste.

Rileggerlo oggi significa accorgersi che Manzoni non parlava solo del Seicento. Parlava di meccanismi che si ripetono: la paura che rende complici, le leggi che valgono solo per i deboli, la folla che cerca un colpevole. Ecco i cinque drammi che rendono il romanzo ancora attuale.

1. Il matrimonio negato e la paura di don Abbondio

Tutto comincia su una stradina di campagna, al tramonto. Don Abbondio, il curato che dovrebbe celebrare le nozze, si trova davanti due bravi di don Rodrigo. Il messaggio è brutale e passerà alla storia della letteratura: «questo matrimonio non s'ha da fare». Il prete non oppone resistenza. Torna a casa, si inventa pretesti, rinvia, si nasconde dietro il latino per confondere Renzo.

Don Abbondio non è un malvagio. È qualcosa di più inquietante: un uomo comune che ha scelto di non disturbare mai il più forte. Manzoni lo descrive con ironia, ma la sua vigliaccheria è il primo ingranaggio dell'ingiustizia. Senza persone come lui, i prepotenti avrebbero vita molto più difficile.

2. La legge che protegge i potenti

Renzo, ingenuo e furioso, cerca giustizia per vie legali. Va dal dottor Azzecca-garbugli, un avvocato di Lecco che gli mostra con orgoglio le gride, i decreti che minacciano pene severissime contro i bravi e contro chi impedisce i matrimoni. Sulla carta, il diritto è tutto dalla parte del giovane. Ma quando l'avvocato capisce che il nemico è don Rodrigo, cambia tono e lo caccia via.

È una delle pagine più amare del romanzo. Le leggi esistono, vengono ripubblicate di continuo, eppure non servono a niente perché nessuno ha la forza o la volontà di applicarle ai signori. Manzoni smonta così l'illusione che basti scrivere una norma per garantire la giustizia. Conta chi la fa rispettare, e contro chi.

3. Gertrude, la monaca costretta

Per sfuggire a don Rodrigo, Lucia trova rifugio nel convento di Monza, protetta da una monaca potente e misteriosa: Gertrude. La sua storia, raccontata da Manzoni in un lungo flashback, è forse la più crudele del libro. Figlia di un principe, destinata al chiostro fin da bambina per non disperdere il patrimonio di famiglia, viene piegata con pressioni, ricatti affettivi e isolamento finché non pronuncia i voti.

Chiusa in un ruolo che non ha mai scelto, Gertrude finisce nella relazione con Egidio, un giovane scellerato che abita accanto al convento, e scivola nel delitto. Manzoni sintetizza il suo cedimento in tre parole rimaste celebri: «La sventurata rispose». Non la assolve, ma mostra con precisione come la violenza familiare e sociale possa deformare una persona. E sarà proprio lei, sotto ricatto, a consegnare Lucia ai suoi rapitori.

4. La fame e la rivolta di Milano

Separato da Lucia, Renzo arriva a Milano nel giorno di San Martino del 1628 e si ritrova in mezzo a una sommossa. La carestia ha fatto salire il prezzo del pane, la folla assalta i forni e minaccia di linciare il vicario di provvisione, ritenuto responsabile della crisi. Manzoni descrive la massa con occhio quasi scientifico: le voci che si gonfiano, la rabbia che cerca un bersaglio, la facilità con cui chiunque può essere trascinato.

Renzo, che ha solo parlato troppo all'osteria, viene scambiato per uno dei capi e arrestato. Riesce a fuggire e a rifugiarsi nel Bergamasco, territorio della Repubblica di Venezia. La sua disavventura mostra un'altra faccia dell'ingiustizia: quando il potere ha bisogno di colpevoli, li trova tra i più sprovveduti. Le autorità, incapaci di governare la carestia, preferiscono colpire chi capita a tiro piuttosto che affrontarne le cause.

5. La peste e la caccia agli untori

Nel 1630 la peste, portata dalle truppe dei lanzichenecchi scese in Italia, devasta Milano. Manzoni la racconta con una documentazione minuziosa e un dolore trattenuto: i carri dei monatti, il lazzaretto stracolmo, la madre che consegna la figlioletta morta. È qui che il romanzo raggiunge la sua massima potenza civile, perché la malattia scatena anche la follia collettiva.

La popolazione si convince che il contagio sia diffuso da untori, persone che spalmerebbero unguenti velenosi su muri e porte. Bastano un gesto equivoco o un sospetto per finire aggrediti. Le stesse autorità sostengono queste credenze e arrivano a processare innocenti. Manzoni dedicherà a uno di questi processi un'opera a parte, la Storia della colonna infame, uscita insieme all'edizione definitiva del romanzo, dove ricostruisce come la tortura abbia prodotto confessioni false e condanne atroci.

La peste, alla fine, colpisce tutti senza distinzione. Muore don Rodrigo, abbandonato dai suoi stessi servitori. Muore fra Cristoforo, che si era speso per assistere i malati. Il potere che sembrava invincibile si rivela fragile quanto quello di qualunque altro uomo.

Renzo e Lucia, alla fine, si sposano davvero. Ma Manzoni non concede un lieto fine ingenuo. I due protagonisti escono dalla vicenda con una consapevolezza nuova: i guai arrivano anche a chi non li cerca, e ciò che conta è il modo in cui li si attraversa.

Forse è per questo che il romanzo continua a dare fastidio. Ci costringe a riconoscerci non negli eroi, che sono pochi, ma nei don Abbondio, negli Azzecca-garbugli, nella folla che grida al colpevole. Ogni volta che una legge resta sulla carta, che qualcuno tace per paura o che una comunità impaurita cerca un capro espiatorio, quelle pagine scritte quasi due secoli fa tornano a parlare con una precisione disarmante.

Mario Macaluso Il Blog di Mario
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