Mattia Cecchini: i 3 drammi del suo ultimo romanzo che raccontano la rabbia di chi perde il lavoro
C'è una fabbrica che chiude senza clamore, con la freddezza di una decisione presa altrove, e ci sono tre persone che non riescono più a stare ferme. È da qui che parte Questa lotta senza tregua, il romanzo d'esordio di Mattia Cecchini, arrivato in libreria il 6 ottobre 2026 per TerraRossa edizioni, nella collana Sperimentali. Sono 196 pagine su una provincia in cui il lavoro, da promessa di stabilità, diventa minaccia.
La fabbrica si chiama IsoBon e si trova a Castel Frediano. Il proprietario, Vincenzo Bonci, ha deciso di spostare la produzione in Polonia, e la conseguenza è semplice da enunciare quanto devastante da vivere: 187 persone resteranno senza impiego. Intorno a questa notizia Cecchini costruisce un romanzo corale e teso, che alterna i punti di vista e lascia al lettore una domanda scomoda: che cosa succede quando il sentimento di ingiustizia diventa così forte da spingere alla ribellione, e dove passa il confine tra ciò che è lecito per una buona causa e ciò che non lo è più?
Cecchini, nato in Umbria nel 1992 e oggi residente a Norimberga, ha alle spalle racconti pubblicati su riviste e blog letterari. Prima di diventare libro, il suo testo era stato segnalato dal Premio Calvino nel 2024 ed era arrivato in finale al Premio Zeno e al Premio Dante Arfelli. Ne nasce un romanzo nero, in cui la rabbia di chi perde il lavoro si declina in tre storie legate come i fili di una stessa corda.
1. Il dramma di Tommaso, l'operaio che non crede più nella lotta
Il primo dramma è quello legato più direttamente alla fabbrica. Tommaso ha trent'anni, lavora all'IsoBon, ha una moglie che lavora in nero, una figlia piccola di nome Elsa e un mutuo da pagare. Anche suo padre è un operaio, a sei anni dalla pensione. La delocalizzazione, che l'autore ha definito «asettica e spietata», lo lascia senza protezione proprio nel momento in cui le responsabilità sono più pesanti: non sa come saldare le rate della casa né come garantire un futuro dignitoso alla bambina.
Tommaso è cresciuto con un forte senso del dovere, ma la vertenza lo svuota. I picchetti, le proteste pacifiche, la retorica sindacale e l'assenza delle istituzioni non lo convincono più. Il romanzo lo descrive come un uomo che non crede più in questa lotta senza tregua, senza intervalli, in cui tutti sono contro tutti, e da quel disincanto prende forma la frase che lo accompagna fin dal prologo: «Romperò il mondo, un giorno». La paura di perdere tutto si trasforma lentamente in rancore verso la famiglia Bonci, fino alla convinzione che solo la forza possa costringere il potere ad ascoltare.
Una scelta stilistica rende questo percorso ancora più inquietante: mentre gli altri personaggi parlano in prima persona, Tommaso è raccontato in seconda. È come se si osservasse dall'esterno, testimone della propria deriva, mentre la frustrazione si fa violenza. Il lettore segue ragionamenti che, a tratti, sembrano perfino comprensibili, ed è in questa vicinanza la forza più disturbante del libro.
2. Il dramma di Milot, la guerra che non finisce mai
Il secondo dramma ha radici lontane dalla fabbrica, anche se finisce per incrociarla. Milot è coetaneo di Tommaso, lavora come programmatore per Bonci ed è fuggito da bambino dalla guerra in Kosovo, dove la sua famiglia ha subito la persecuzione serba contro gli albanesi. Porta con sé le ferite di una violenza gratuita e crudele, quella del conflitto e quella di un padre violento, insieme al peso dell'abbandono.
Milot non si sente di appartenere né al Kosovo né all'Italia. È sospeso, straniero ovunque, e intorno a sé avverte soprattutto indifferenza. La crisi della fabbrica diventa per lui l'ennesima conferma di un mondo che schiaccia i più deboli. I traumi mai superati alimentano un bisogno di rivalsa che lo spinge verso la vendetta, intesa come modo per riequilibrare i torti subiti nel corso di un'intera vita.
Attraverso Milot, Cecchini allarga il discorso oltre i confini della vertenza: la rabbia operaia si salda a una rabbia più antica, personale, che cerca un bersaglio. E il bersaglio, in un romanzo dove il nemico diventa davvero tale solo quando gli si toglie ogni tratto umano, rischia di trasformare una causa collettiva in una resa dei conti privata.
3. Il dramma di Alessia, complice per amore
Il terzo dramma è forse il più sottile. Alessia è la sorella di Tommaso e la fidanzata di Milot, e vive l'ingiustizia attraverso gli occhi delle due persone a cui è più legata. Fa la babysitter a dieci euro l'ora e ha una sola cliente: Greta, la figlia di Vincenzo Bonci, che con lei si confida e le lascia intravedere le crepe di una famiglia ricca, segnata dalle tensioni tra il padre e la sua ex moglie e abituata a esibire il proprio benessere sui social.
Alessia non è accecata dalla rabbia, ma è disposta a tutto pur di aiutare il fratello e il compagno. Cerca di tenere insieme ogni cosa e, proprio per questo, si lascia coinvolgere e sedurre dal potere di essere complice. La sua posizione è quella di chi sta in mezzo: dentro la casa del padrone e dentro la vita di chi lo considera un nemico. Così il romanzo mostra come la disuguaglianza divida anche chi dovrebbe essere alleato.
Accanto ai tre protagonisti, anche Vincenzo Bonci prende la parola in prima persona, e questa scelta impedisce di ridurre il racconto a una semplice contrapposizione tra buoni e cattivi.
Il titolo richiama un'eco orwelliana che lo stesso Cecchini ha riformulato così: «tutte le persone sono diseguali, ma alcune sono più diseguali delle altre». Nel suo romanzo, ha spiegato, ognuno dei personaggi è sia vittima che carnefice, perché se la disuguaglianza è una sola, ciascuno vive soltanto la propria. È questa la chiave che rende il libro qualcosa di più di un racconto sulla crisi industriale: un'indagine sul momento esatto in cui la difesa dei diritti di classe rischia di trasformarsi in desiderio di rivalsa personale. Senza offrire consolazioni, Questa lotta senza tregua mette in scena vite che non sono la nostra ma che le somigliano, e lascia aperta la domanda che attraversa tutte le sue pagine: cosa si fa, davvero, quando sembra che non ci sia più nulla da fare.