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Herman Melville: le 3 ossessioni di Moby Dick che trasformano la caccia a una balena in una tragedia umana

Mario Macaluso 22.10.2026 6 min di lettura
Herman Melville: le 3 ossessioni di Moby Dick che trasformano la caccia a una balena in una tragedia umana
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Quando uscì, nel 1851, prima a Londra con il titolo The Whale e poche settimane dopo a New York come Moby-Dick; or, The Whale, il romanzo di Herman Melville fu accolto con freddezza. Le vendite furono modeste, una parte della critica lo giudicò confuso e stravagante, e il suo autore, che con i libri d'avventura dei mari del Sud aveva conosciuto un certo successo, cominciò da lì una lenta discesa nell'oblio. Morì nel 1891 quasi dimenticato. Solo negli anni Venti del Novecento una nuova generazione di lettori e studiosi riscoprì quel libro enorme e irregolare, riconoscendovi uno dei vertici della letteratura americana.

La materia, Melville la conosceva di persona. Nel 1841 si era imbarcato sulla baleniera Acushnet, salpata dal Massachusetts verso il Pacifico, e aveva vissuto dall'interno la fatica, la sporcizia e i pericoli della caccia al capodoglio. Conosceva anche la storia della Essex, la baleniera di Nantucket affondata nel 1820 dopo essere stata speronata da un capodoglio, i cui superstiti avevano affrontato settimane alla deriva su lance scoperte. Era la prova che una balena poteva davvero rivoltarsi contro i suoi cacciatori e distruggerli.

Eppure Moby Dick non è un romanzo sulla caccia, o non soltanto. Dietro la cronaca del viaggio del Pequod si muovono tre ossessioni che tengono insieme il libro e lo spingono molto oltre il resoconto marinaresco: la vendetta, il bisogno di conoscere tutto, la ricerca di un senso dietro le apparenze. Sono queste a trasformare l'inseguimento di un animale in una tragedia che riguarda l'uomo.

1. La vendetta di Achab contro l'universo

Il capitano Achab entra in scena tardi, dopo molti capitoli, ed è subito chiaro che la sua presenza cambierà la natura del viaggio. In un precedente incontro la balena bianca gli ha strappato una gamba, sostituita ora da una protesi ricavata da osso di capodoglio. Per un baleniere qualunque sarebbe stato un incidente del mestiere; per Achab è un'offesa personale, un torto da riparare a qualsiasi prezzo. Davanti all'equipaggio riunito sul cassero inchioda all'albero maestro un doblone d'oro e lo promette a chi per primo avvisterà Moby Dick. In quel momento la spedizione commerciale diventa una crociata privata.

La grandezza del personaggio sta nel fatto che il suo odio non si ferma all'animale. Achab vede nella balena una specie di maschera dietro la quale si nasconde qualcosa di più profondo, una forza ostile o indifferente che governa il mondo. Colpire Moby Dick significa, per lui, sfondare quella maschera e colpire ciò che c'è dietro. È una ribellione titanica e blasfema, raccontata con un linguaggio che richiama Shakespeare e la Bibbia.

Il primo ufficiale, Starbuck, è la voce della ragione che prova a fermarlo. Ricorda al capitano che sono partiti per riempire la stiva d'olio, non per vendicarsi di una bestia senza intelletto. Ma il suo richiamo al buon senso e al dovere verso gli armatori non basta. L'ossessione di un solo uomo trascina con sé l'intero equipaggio, ed è proprio questo il cuore tragico del romanzo: la volontà di uno che diventa destino di tutti.

2. Il bisogno di sapere tutto sulla balena

Accanto all'ossessione di Achab ce n'è un'altra, meno drammatica ma altrettanto tenace, ed è quella del narratore. Ismaele, che apre il libro con una delle frasi d'esordio più celebri della narrativa, Call me Ishmael, non si limita a raccontare. Interrompe di continuo la vicenda per descrivere, classificare, spiegare. Dedica interi capitoli all'anatomia del capodoglio, alla sua testa, alla sua coda, alla tecnica con cui si squarta la carcassa e si fa bollire il grasso a bordo, alle raffigurazioni delle balene nei secoli.

Molti lettori le vivono come un ostacolo, ma sono essenziali al disegno. Ismaele tenta di afferrare la balena con lo strumento della conoscenza, così come Achab tenta di afferrarla con l'arpione. Nel capitolo dedicato alla cetologia prova perfino a costruire una classificazione sistematica delle balene, e finisce per ammettere che l'impresa resta incompiuta. Più si avvicina all'animale, più l'animale gli sfugge: il capodoglio non ha un volto leggibile, la sua fronte è una superficie muta.

In questa smania enciclopedica c'è un'altra forma di ossessione, più pacifica di quella del capitano ma imparentata con essa. Entrambi vogliono possedere qualcosa che per sua natura non si lascia possedere. La differenza è che Ismaele, a un certo punto, accetta il limite, mentre Achab lo rifiuta fino all'ultimo.

3. Il mistero del bianco e la ricerca di un senso

La terza ossessione attraversa tutto il libro e trova la sua espressione più alta nel capitolo intitolato The Whiteness of the Whale, la bianchezza della balena. Ismaele si chiede perché proprio il colore bianco, associato tradizionalmente alla purezza e al sacro, possa suscitare un terrore così profondo. Passa in rassegna l'orso polare, lo squalo bianco, le distese di neve, il pallore dei morti, e arriva a una conclusione inquietante: il bianco è insieme l'assenza di ogni colore e la somma di tutti, un vuoto che può contenere qualsiasi significato e quindi nessuno.

Moby Dick diventa così uno schermo su cui ogni personaggio proietta qualcosa. Lo si vede bene nel capitolo del doblone, quando i membri dell'equipaggio, uno dopo l'altro, si fermano a guardare la moneta d'oro inchiodata all'albero e ciascuno vi legge un messaggio diverso, secondo il proprio carattere e le proprie paure.

È questa l'ossessione più moderna del romanzo, quella che lo ha reso così vicino ai lettori del Novecento: il sospetto che dietro le apparenze non ci sia alcun disegno, o che il disegno sia illeggibile per gli uomini. Achab non sopporta questa possibilità e preferisce un nemico, anche malvagio, piuttosto che il vuoto.

Il finale arriva dopo tre giorni di caccia. La balena distrugge le lance, Achab viene trascinato negli abissi dalla stessa lenza del suo arpione, il Pequod affonda con quasi tutto l'equipaggio. Si salva soltanto Ismaele, che resta a galla aggrappato alla bara costruita per l'amico Queequeg e trasformata in salvagente, finché non lo raccoglie la Rachel, una baleniera che sta cercando i propri marinai dispersi. È un'immagine di sopravvivenza quasi casuale, senza trionfo. Melville aveva dedicato il libro a Nathaniel Hawthorne, l'amico conosciuto mentre lo scriveva, e in una lettera gli confidò di aver scritto un libro malvagio sentendosi però immacolato come un agnello. Forse è proprio questa la sua forza: aver guardato in faccia il buio senza fingere di averlo capito.

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