George Orwell: i 3 strumenti di potere di 1984 che spiegano come una dittatura può distruggere la libertà
Quando uscì a Londra, nel giugno del 1949, 1984 fu letto da molti come una cupa profezia. George Orwell, pseudonimo di Eric Arthur Blair, lo aveva scritto in gran parte sull'isola scozzese di Jura, già gravemente malato di tubercolosi, e sarebbe morto pochi mesi dopo la pubblicazione, nel gennaio del 1950. Non vide dunque il successo planetario di un libro che ha regalato al linguaggio comune espressioni come Grande Fratello, psicoreato e bispensiero.
Più che una previsione del futuro, però, il romanzo è un'anatomia del potere assoluto. Orwell aveva combattuto nella guerra civile spagnola, aveva visto da vicino la propaganda e le purghe, conosceva i meccanismi dei totalitarismi del suo tempo. In Oceania, il superstato in cui vive Winston Smith, funzionario del Ministero della Verità, quei meccanismi sono portati alle estreme conseguenze e smontati pezzo per pezzo davanti al lettore.
Il Partito non si accontenta di governare: vuole possedere i corpi, le parole e perfino i ricordi dei cittadini. Per riuscirci usa tre strumenti, che si incastrano l'uno nell'altro e che spiegano meglio di qualunque trattato come una dittatura possa svuotare la libertà dall'interno, fino a renderla impensabile.
1. La sorveglianza totale: il teleschermo e la Psicopolizia
Il primo strumento è il più visibile. Nelle case e negli uffici di Oceania ci sono i teleschermi, apparecchi che trasmettono propaganda e nello stesso tempo osservano e ascoltano chi si trova davanti. Non si possono spegnere. Nessuno sa con certezza quando qualcuno lo stia davvero guardando, e proprio per questo ognuno deve comportarsi come se fosse osservato sempre. Sui manifesti campeggia il volto del Grande Fratello con la scritta che è diventata leggendaria: il Grande Fratello ti guarda.
La genialità perversa del sistema sta nel fatto che il controllo non ha bisogno di essere continuo per funzionare: basta la possibilità che lo sia. Il cittadino impara a sorvegliare se stesso, a controllare l'espressione del viso, perché anche un'occhiata sbagliata può tradire un pensiero proibito. Orwell inventa per questo un reato specifico, lo psicoreato, cioè il semplice fatto di pensare contro il Partito.
A dargli la caccia è la Psicopolizia, che non punisce soltanto gli atti ma le intenzioni. E la rete si allarga fino ai legami più intimi: i bambini, inquadrati nelle organizzazioni giovanili, vengono educati a denunciare i genitori. Così la sorveglianza distrugge la fiducia tra le persone, e senza fiducia non può nascere alcuna forma di resistenza collettiva. Ogni individuo resta solo davanti allo Stato.
2. La Neolingua: ridurre le parole per ridurre i pensieri
Il secondo strumento è più sottile e forse più inquietante. Il Partito sta costruendo una nuova lingua, la Neolingua, destinata a sostituire l'inglese tradizionale. Il suo scopo non è arricchire l'espressione ma impoverirla. Ogni nuova edizione del dizionario contiene meno parole della precedente: si eliminano i sinonimi, le sfumature, i termini che potrebbero servire a formulare un'idea eretica.
Il ragionamento è spiegato nel romanzo da Syme, un filologo che lavora proprio al dizionario. Se una parola non esiste, il concetto che esprime diventa difficile da pensare. Quando la lingua sarà completata, il dissenso non sarà più soltanto proibito: sarà letteralmente indicibile, perché mancheranno gli strumenti per articolarlo. Orwell dedica a questo progetto perfino un'appendice, scritta come un saggio sui principi della nuova lingua.
La stessa logica si ritrova negli slogan del Partito, incisi sulla facciata del Ministero della Verità: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza. Sono frasi che rovesciano il significato delle parole, e che a forza di essere ripetute abituano la mente ad accettare la contraddizione. È qui che l'intuizione di Orwell si rivela più attuale: chi controlla il vocabolario controlla il perimetro di ciò che una società riesce a immaginare.
3. Il controllo del passato e il bispensiero
Il terzo strumento riguarda la memoria. Il lavoro di Winston consiste nel riscrivere vecchi articoli di giornale perché coincidano con la versione ufficiale del momento. Se il Partito aveva previsto una cosa che non si è verificata, la previsione viene corretta. Se un dirigente cade in disgrazia, il suo nome sparisce dagli archivi e diventa una non-persona, qualcuno che non è mai esistito. I documenti originali finiscono nei buchi della memoria, condotti che portano agli inceneritori.
Il principio è scolpito in una delle formule più celebri del libro: chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato. Un popolo che non può verificare nulla di ciò che è accaduto non ha punti di riferimento per giudicare il presente. Quando Oceania cambia improvvisamente nemico, la nuova alleanza viene presentata come se fosse sempre esistita, e nessuno può dimostrare il contrario.
Perché tutto questo regga, però, non basta falsificare le carte: bisogna falsificare anche le coscienze. È il bispensiero, la capacità di credere contemporaneamente a due affermazioni opposte e di dimenticare di averlo fatto. Il funzionario del Partito sa di mentire e insieme crede sinceramente alla menzogna. L'esempio più noto è la formula due più due fa cinque: se il Partito lo afferma, il cittadino deve non soltanto ripeterlo, ma convincersene davvero.
È esattamente ciò che accade a Winston. Dopo la relazione clandestina con Julia e il tentativo di ribellione, viene arrestato e sottoposto da O'Brien a una lunga rieducazione, che culmina nella Stanza 101, dove ciascuno affronta la cosa che teme di più. Il Partito non vuole un martire, vuole un convertito. E alla fine lo ottiene.
Per questo la pagina conclusiva del romanzo resta tra le più agghiaccianti della letteratura del Novecento. Non c'è alcuna esecuzione spettacolare né eroica sconfitta: c'è un uomo seduto in un caffè che ha smesso di opporsi perché non sa più nemmeno che cosa vorrebbe difendere. Orwell ci lascia così il suo avvertimento più duro, cioè che la libertà può essere tolta senza che chi la perde se ne accorga. A rendere possibile tutto questo non è la forza bruta, ma la lenta erosione della capacità di dire, ricordare e pensare diversamente. Ed è una vigilanza che, a più di settant'anni di distanza, nessuna società può considerare superflua.