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Oscar Wilde: i 5 peccati del Ritratto di Dorian Gray che raccontano il prezzo della bellezza e della giovinezza eterna

Mario Macaluso 22.10.2026 6 min di lettura
Oscar Wilde: i 5 peccati del Ritratto di Dorian Gray che raccontano il prezzo della bellezza e della giovinezza eterna
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Ci sono romanzi che invecchiano e romanzi che, come il loro protagonista, sembrano non invecchiare mai. Il ritratto di Dorian Gray appartiene alla seconda specie. Oscar Wilde lo pubblicò per la prima volta nel 1890 sul Lippincott's Monthly Magazine, in una versione più breve, e l'anno successivo lo ripropose in volume, ampliato e accompagnato da una prefazione fatta di aforismi, l'ultimo dei quali suona come una provocazione: tutta l'arte è perfettamente inutile. La critica vittoriana gridò allo scandalo, parlò di libro immorale e malsano, e quelle stesse pagine sarebbero state lette contro il loro autore nelle aule di tribunale qualche anno più tardi.

La trama è nota anche a chi non l'ha mai letta. Il pittore Basil Hallward ritrae un giovane di straordinaria bellezza, Dorian Gray. Davanti alla tela, sedotto dalle parole di Lord Henry Wotton sul valore assoluto della giovinezza, Dorian formula un desiderio insensato: che sia il quadro a invecchiare al posto suo. Il desiderio si avvera. Da quel momento il volto dipinto registra ogni colpa e ogni anno, mentre quello vero resta intatto.

Il ritratto diventa così una specie di registro morale, un libro contabile della coscienza. Ripercorrere i peccati che vi si depositano significa seguire, passo dopo passo, il prezzo che Wilde fa pagare alla bellezza quando pretende di sottrarsi al tempo.

1. La vanità che diventa un patto

Tutto comincia con uno specchio, o meglio con un quadro che funziona da specchio. Dorian, fino a quel giorno, non aveva piena coscienza del proprio fascino. È Lord Henry a rivelarglielo, e a insinuare l'idea che la giovinezza sia l'unico bene davvero degno di essere posseduto, destinato a sfiorire in pochi anni. La vanità di Dorian nasce dunque come una ferita: la scoperta improvvisa di avere qualcosa da perdere. Il desiderio pronunciato davanti alla tela non è ancora un delitto, ma è il gesto che li rende tutti possibili. Wilde non mette in scena un diavolo né un contratto firmato col sangue: il patto si stipula in silenzio, tra un uomo e la propria immagine, ed è proprio questa assenza di un tentatore soprannaturale a renderlo così moderno.

2. La crudeltà verso Sibyl Vane

Il primo segno compare sul ritratto dopo l'incontro con Sibyl Vane, giovane attrice di un piccolo teatro di periferia. Dorian si innamora di lei mentre la vede recitare Shakespeare, e la chiede in sposa. Ma ciò che ama non è la donna, è l'arte che lei incarna sul palcoscenico. Quando Sibyl, travolta dal sentimento reale, recita male la parte di Giulietta perché la finzione le appare ormai vuota, Dorian la respinge con parole gelide. La ragazza si toglie la vita. Tornato a casa, lui nota sul volto dipinto una piega di crudeltà intorno alla bocca. È il momento in cui il romanzo mostra la sua tesi più amara: chi tratta le persone come opere d'arte finisce per distruggerle quando smettono di essere belle.

3. L'influenza che corrompe

Se Lord Henry è il cattivo maestro, Dorian diventa presto un allievo capace di superarlo. Lord Henry non commette delitti: si limita a parlare, a lanciare paradossi brillanti, a regalare al giovane amico un libro dalla copertina gialla che lo affascinerà per anni. Ma Wilde suggerisce che le idee possono avvelenare quanto un'azione. A sua volta, Dorian lascia dietro di sé una scia di vite rovinate: giovani amici caduti in disgrazia, reputazioni distrutte, famiglie che non vogliono più pronunciare il suo nome. Basil Hallward glielo rinfaccerà apertamente, elencando i nomi di chi ha frequentato la sua compagnia e ne è uscito perduto. È il peccato più sottile, perché non lascia cadaveri ma contagio, e perché Dorian non lo riconosce mai come una colpa.

4. L'edonismo senza limiti

Il nuovo edonismo predicato da Lord Henry prometteva di vivere ogni sensazione fino in fondo. Dorian lo prende alla lettera. Per anni colleziona profumi, gioielli, strumenti musicali, stoffe preziose, e intanto scende di notte nei quartieri più miserabili di Londra, tra fumerie d'oppio e taverne del porto. Wilde racconta questi anni con una prosa sontuosa, quasi un catalogo, che seduce il lettore proprio mentre gli mostra il vuoto che c'è dietro. L'eterna giovinezza rivela qui la sua natura di condanna: un uomo che non porta sul corpo i segni delle proprie esperienze finisce per non esserne trasformato. Accumula piaceri, ma non cresce. Intanto, nella stanza chiusa a chiave dove ha nascosto il ritratto, il volto dipinto si fa ogni giorno più ripugnante.

5. L'omicidio di Basil Hallward

Il punto di non ritorno arriva quando Basil, l'uomo che lo aveva amato e dipinto, si presenta da lui per chiedergli conto delle voci che circolano in città. Dorian lo conduce nella soffitta e gli mostra il quadro. Il pittore, sconvolto, lo esorta a pregare, a pentirsi. La risposta è un coltello. Dorian uccide l'autore del ritratto, come se volesse cancellare l'ultimo testimone della propria innocenza perduta, e poi costringe con un ricatto un vecchio amico chimico, Alan Campbell, a far sparire il corpo. Campbell più tardi si toglierà la vita. Sulla tela compare una macchia rossa che sembra sangue. Da questo momento ogni tentativo di redenzione sarà inquinato dal calcolo e dalla paura.

Nel finale Dorian si illude di poter cambiare. Risparmia una giovane di campagna che avrebbe potuto sedurre e spera che il ritratto ne registri il merito. Ma il volto dipinto mostra soltanto un nuovo segno, quello dell'ipocrisia: anche la buona azione era stata compiuta per vanità. Allora afferra lo stesso coltello con cui aveva ucciso Basil e colpisce la tela. I servitori, accorsi al grido, trovano il quadro tornato splendido come il primo giorno e, a terra, un uomo vecchio e sfigurato, con un pugnale nel cuore. Lo riconoscono soltanto dagli anelli.

Oltre un secolo dopo, in un tempo che ha fatto della giovinezza un'industria e dell'immagine un dovere quotidiano, quella soffitta chiusa a chiave somiglia in modo inquietante ai nostri schermi. Wilde, che pure aveva difeso l'arte da ogni morale, ha lasciato in eredità uno dei romanzi più morali della letteratura inglese, forse suo malgrado. Il suo avvertimento non riguarda la bellezza in sé, ma la tentazione di affidarle tutto ciò che si è. Il tempo, ci dice, non si cancella: si sposta altrove, e prima o poi qualcuno torna a guardare il quadro.

Mario Macaluso Il Blog di Mario
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