Otto ragazze di Aurora Tamigio: le vite delle donne tra libertà, ferite e desiderio di riscatto
Dopo il successo de Il cognome delle donne, l'esordio pubblicato da Feltrinelli nel 2023 e premiato con il Bancarella nel 2024, Aurora Tamigio torna in libreria con un romanzo che sposta lo sguardo dalla saga familiare siciliana alla Milano di oggi. Otto ragazze, uscito il 6 ottobre 2026 nella collana I narratori di Feltrinelli, racconta duecentocinquantasei pagine di convivenza femminile dentro una villetta liberty, e lo fa con una scelta narrativa che spiazza fin dalle prime righe: a parlare è la casa.
Nata a Palermo e cresciuta a Milano, l'autrice conosce entrambe le città e il loro modo diverso di intendere i legami. Se nel primo libro aveva seguito le donne di una stessa famiglia attraverso le generazioni, qui costruisce una famiglia che il sangue non lega, fatta di donne diverse per età, origine e ferite. Il risultato è un romanzo corale che interroga una domanda antica e insieme attualissima: quanto spazio di libertà resta a chi cerca protezione?
Una villa liberty in via Comelico
Tutto comincia con un'eredità. Lidia, geriatra sulla cinquantina, riceve da una zia Villa Debora, una villetta liberty in via Comelico, nel quartiere di Porta Romana. Con lei si trasferiscono la compagna Sara, architetta e docente al Politecnico in anno sabbatico, e Argenta, la figlia quattordicenne di Sara, una ragazza introversa e stravagante che osserva il mondo degli adulti con attenzione silenziosa. La casa è rimasta a lungo vuota e porta addosso i segni dell'abbandono: un pianoforte scordato, un lampadario che non si accende, un parquet da lucidare, un grande platano in giardino.
Sara ha un'idea precisa. Vuole trasformare quella villa in un cohousing femminile, un luogo di accoglienza per donne sole o in difficoltà, regolato da un Manifesto che fissa regole rigide e chiede una condivisione totale. Il progetto nasce da un desiderio sincero di cura e di solidarietà, e per un tratto sembra funzionare: le abitanti lavorano, cucinano, curano il giardino, imparano a conoscersi oltre i pregiudizi iniziali.
Tamigio sceglie di affidare il racconto proprio a Villa Debora. La casa vede tutto, custodisce segreti, registra i cambiamenti delle sue abitanti e le loro piccole e grandi tensioni. È una voce che non giudica ma osserva, e che restituisce al lettore una prospettiva insolita, insieme intima e distante, su ciò che accade tra quelle stanze.
Le ragazze di Villa Debora
Le otto donne del titolo arrivano alla villa da strade diverse. Accanto a Sara, Lidia e Argenta ci sono Valeria e sua figlia Adele, in fuga da un marito e padre violento: Adele ha la stessa età di Argenta ma è il suo opposto, rumorosa, diretta, senza filtri. C'è Gloria, ricercatrice universitaria e bibliotecaria che convive con la sclerosi multipla e aiuta le ragazze a studiare. C'è Piera, che non ha ancora vent'anni ed è rimasta disorientata dopo aver perso il lavoro in un bar. E c'è Nadia, ex parrucchiera ed estetista, la più anziana del gruppo, gelosa custode della propria riservatezza.
Ognuna porta con sé una storia e una ferita, e il romanzo lascia che queste storie si intreccino senza forzarle in un disegno unico. Il confronto tra generazioni è uno dei fili più riusciti: un'adolescente e una donna anziana possono scoprirsi più vicine di due coetanee, e le figlie adolescenti cominciano presto a guardare con occhi critici i ruoli delle loro madri.
Quando la protezione diventa una gabbia
Il cuore del libro sta nel momento in cui l'equilibrio si incrina. Le regole del Manifesto, pensate per tenere al sicuro le abitanti, cominciano a essere applicate in modo diseguale. Il divieto di usare il cellulare pesa sempre di più, uscire dalla villa diventa una piccola sfida, e per alcune la casa si trasforma in una gabbia dorata. Sara, che quel mondo lo ha immaginato e costruito, si ritrova spettatrice impotente di un cambiamento che non riesce più a governare.
È qui che il romanzo mostra la sua ambizione. Tamigio non mette in scena una comunità ideale da celebrare, né una utopia da smascherare con cinismo. Racconta piuttosto la fragilità di ogni progetto collettivo, il confine sottile tra cura e controllo, tra il desiderio di proteggere qualcuno e la tentazione di decidere al suo posto. È un dilemma che riguarda ogni famiglia, scelta o di sangue, e che il romanzo affronta senza scorciatoie.
Ferite, violenza e riscatto
La violenza domestica attraversa il libro come una presenza costante, a partire dalla fuga di Valeria e Adele. L'autrice, che ha svolto attività di volontariato nei centri antiviolenza, mostra come l'abuso passi prima di tutto dall'isolamento della vittima, dalla rottura dei legami con la comunità che potrebbe sostenerla. Per questo la rete di solidarietà che si forma nella villa ha un valore che va oltre la trama: è la risposta concreta a quell'isolamento.
Il paradosso, che il romanzo esplora con finezza, è che la stessa comunità nata per spezzare la solitudine rischia di produrre nuove forme di chiusura. Il riscatto delle protagoniste non passa allora soltanto dalla fuga da un uomo violento o da una vita precaria, ma dalla conquista di una libertà che nessuno, nemmeno chi le ama, può concedere o revocare al loro posto.
Una casa che non è un diritto
Sullo sfondo c'è una Milano riconoscibile, quella in cui trovare un'abitazione è diventato sempre più difficile e la casa non appare più come un diritto garantito. Il cohousing, nel romanzo, è anche una risposta a questa condizione: una forma di convivenza che unisce risparmio economico e relazioni, e che mette in discussione il modello familiare tradizionale senza offrire facili alternative.
Con Otto ragazze Aurora Tamigio conferma la capacità di raccontare le donne nelle loro contraddizioni, lontano da ogni retorica. Le sue protagoniste sbagliano, si feriscono, si salvano a vicenda e talvolta si soffocano, proprio come accade nelle famiglie vere. La villa che le osserva diventa così uno specchio delle relazioni che ciascuno di noi costruisce, con il loro carico di affetto e di potere. E allora la domanda resta aperta anche per chi legge: fino a che punto siamo disposti a rinunciare alla nostra libertà in cambio di sentirci al sicuro?