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Produciamo più cinema ma lo guardiamo in meno: il paradosso della sala italiana

Mario Macaluso 30.09.2026 9 min di lettura
Produciamo più cinema ma lo guardiamo in meno: il paradosso della sala italiana
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Nel 2025 in Italia sono arrivati alla classificazione 403 lungometraggi, lo 0,8% in più rispetto al 2024 e il 29% in più rispetto al 2021. Nello stesso anno, però, nelle sale italiane sono stati venduti 68,36 milioni di biglietti, il 2% in meno rispetto al 2024. È dentro questa distanza che si trova uno dei paradossi più interessanti del nostro cinema: produciamo molto, sosteniamo molto, distribuiamo molto, ma non è affatto scontato che alla crescita dell’offerta corrisponda una crescita del pubblico.

Non è una contraddizione da usare come slogan contro il cinema italiano. I numeri del 2025 raccontano anche segnali positivi. La produzione nazionale ha conquistato una quota importante del mercato e gli incassi complessivi delle sale sono rimasti sostanzialmente stabili. Ma proprio perché il quadro non è catastrofico, vale la pena guardarlo senza consolazioni automatiche. Il cinema non vive soltanto quando un film viene prodotto. Vive davvero quando incontra uno spettatore.

Quattrocentotre lungometraggi: la produzione resta alta

Il rapporto della Direzione generale Cinema e audiovisivo del Ministero della Cultura, presentato nel settembre 2026, fotografa un settore produttivo ampio. Nel 2025 le opere cinematografiche di lungometraggio che hanno completato la procedura di classificazione sono state 403. Di queste, 272 erano film interamente italiani: 150 di finzione e 122 documentari. A questi si aggiungono 92 coproduzioni, per un totale di 364 film italiani ammissibili secondo i criteri del rapporto.

Il costo complessivo dei film prodotti è stato di 799 milioni di euro. La produzione continua quindi a mobilitare capitali, imprese, professionisti, maestranze e risorse pubbliche. Solo il tax credit per la produzione cinematografica nel 2025 vale, secondo il Ministero, 215 milioni di euro; le opere di iniziativa italiana classificate nello stesso anno hanno inoltre ottenuto contributi selettivi per 35 milioni.

Non c’è nulla di anomalo nel fatto che lo Stato sostenga il cinema. Il cinema è industria, occupazione, cultura, patrimonio simbolico e, in molti territori, anche promozione e indotto. Il punto è un altro: una politica pubblica che sostiene la produzione non può fermarsi alla produzione. Deve chiedersi che cosa succede dopo. Quanti film riescono a essere visti? Per quanto tempo restano in sala? In quante città arrivano? Quale pubblico incontrano? Quanto riescono a diventare parte della conversazione collettiva?

Gli incassi tengono, gli spettatori diminuiscono

I dati Cinetel sul mercato 2025 rendono il quadro ancora più interessante. L’incasso complessivo delle sale italiane è stato di 496,55 milioni di euro, in crescita dello 0,5% sul 2024. Le presenze, invece, sono state 68,36 milioni, in calo del 2%. Rispetto al 2023 gli incassi risultano pressoché stabili, mentre le presenze sono inferiori del 3,2%.

Questo significa che non basta guardare il botteghino in euro per capire la salute della sala. L’incasso può essere sostenuto anche dal prezzo medio del biglietto; il numero delle persone che scelgono fisicamente di andare al cinema dice un’altra cosa. Dice quanto l’esperienza della sala rimane dentro le abitudini del pubblico.

Il fenomeno non è soltanto italiano. L’Osservatorio europeo dell’audiovisivo ha stimato per il 2025 una diminuzione del 5,5% delle presenze cinematografiche in Europa, da 843 a 796 milioni di ingressi, mentre gli incassi sono rimasti relativamente stabili. Il problema, dunque, riguarda un ecosistema più vasto, segnato dalla concorrenza dello streaming, dalla trasformazione delle abitudini, dal costo del tempo libero, dalla disponibilità dei titoli e dalla forza molto variabile dei blockbuster internazionali.

Ma proprio perché il problema è generale, sarebbe un errore considerarlo inevitabile. Se la sala perde centralità, la risposta non può essere soltanto produrre più titoli e sperare che qualcuno di essi intercetti il pubblico.

Il cinema italiano nel 2025 ha mostrato che il pubblico può tornare

Il dato più incoraggiante del 2025 riguarda la produzione nazionale. Secondo Cinetel, i film italiani hanno raggiunto il 32,7% degli incassi e il 33,3% delle presenze, con oltre 162,4 milioni di euro e circa 22,7 milioni di biglietti venduti. È il risultato migliore dal 2016 sia in valore assoluto sia in quota di mercato.

Questo passaggio è importante perché smentisce un’altra frase fatta: “gli italiani non vogliono vedere film italiani”. Non è vero in assoluto. Il pubblico può scegliere il cinema nazionale quando riconosce titoli, volti, storie e occasioni capaci di diventare eventi. Alla fine del 2025 l’uscita di “Buen Camino” ha mostrato quanto un singolo film fortemente atteso possa incidere sul mercato in pochi giorni.

Ma sarebbe pericoloso affidarsi soltanto all’evento eccezionale. Un sistema cinematografico non può vivere aspettando ogni anno il titolo capace di riempire le sale durante le feste. Il tema è costruire continuità: fare in modo che tra il grande successo natalizio e il film d’autore da festival esista uno spazio abitabile per molti altri film e per molti altri pubblici.

Qui emerge la differenza tra “avere film” e “avere pubblico”. La prima è una condizione produttiva. La seconda è una relazione culturale. Per costruirla servono tempo, promozione, programmazione, sale diffuse e un lavoro di educazione all’immagine che non può cominciare quando il film esce il giovedì e finire quando viene tolto il mercoledì successivo.

Il vero collo di bottiglia è l’incontro tra film e spettatore

Nel dibattito sul cinema italiano si parla molto, giustamente, di finanziamenti, tax credit, selezione dei progetti, occupazione, trasparenza, efficacia delle misure. Si parla meno della vita concreta dei film dopo la produzione. Eppure è lì che si decide una parte essenziale del loro valore pubblico.

Un film può essere tecnicamente disponibile e culturalmente invisibile. Può avere una distribuzione formale ma non il tempo di sedimentare. Può uscire in poche sale, in orari difficili, circondato da una comunicazione insufficiente. Può trovare spettatori entusiasti in un festival e non riuscire mai a incontrare il pubblico ordinario. Può arrivare rapidamente sulle piattaforme e diventare, proprio per questo, qualcosa che molti rimandano: “lo vedrò a casa”.

Non sostengo che ogni film debba avere diritto a settimane di programmazione indipendentemente dal pubblico. Sarebbe economicamente insostenibile e culturalmente poco utile. Sostengo però che, se un sistema produce centinaia di opere, deve preoccuparsi anche della loro circolazione. Altrimenti rischia di misurare la propria vitalità soprattutto dal numero di film completati, quando il cinema è per definizione un’arte destinata all’incontro.

Le sale non sono soltanto punti vendita di biglietti

La questione cambia se smettiamo di considerare la sala come l’ultimo anello commerciale della filiera e la riconosciamo come un’infrastruttura culturale. Una sala programma, seleziona, crea abitudini, costruisce comunità, ospita incontri, dà visibilità a film che altrove sarebbero dispersi nell’abbondanza dell’offerta digitale.

In molti piccoli e medi centri italiani la chiusura di un cinema non significa soltanto perdere uno schermo. Significa perdere un luogo serale, un presidio culturale, una ragione per uscire, un punto di incontro intergenerazionale. Anche per questo la salute del cinema non può essere letta soltanto attraverso il totale nazionale degli incassi. Conta la geografia delle sale, la loro accessibilità, la qualità della programmazione e la capacità di sopravvivere nei territori dove i grandi numeri non arriveranno mai.

Il 2025 ha mostrato anche che la stagione estiva non è necessariamente condannata alla marginalità. Cinetel segnala che il trimestre giugno-agosto, pur inferiore allo straordinario 2024, ha ottenuto risultati superiori alla media del triennio 2017-2019: +12,1% negli incassi e +0,8% nelle presenze. Campagne promozionali, disponibilità di titoli e comunicazione possono modificare abitudini considerate immutabili. È una lezione che vale oltre l’estate.

Il confronto con il 2019 va letto con attenzione

Il Ministero sottolinea che nel 2025 l’incasso in sala delle opere considerate nel rapporto ha raggiunto nuovamente valori comparabili al 2019, pur in presenza di più film e di meno spettatori. È un dato importante proprio perché ci impedisce di usare il periodo pre-pandemico come un semplice traguardo numerico. Tornare a un certo livello di incasso non significa automaticamente ricostruire la stessa relazione con il pubblico.

Dal 2019 a oggi sono cambiate le finestre di sfruttamento, è cresciuta la familiarità con lo streaming, si sono consolidate nuove abitudini domestiche e una parte del pubblico ha imparato a considerare la sala come un’occasione speciale invece che come una pratica ricorrente. In questo nuovo scenario, il cinema deve competere non soltanto con altre forme di intrattenimento, ma con la comodità. A casa si interrompe, si rimanda, si sceglie tra cataloghi enormi. La sala chiede invece uno spostamento, un orario, un biglietto, una decisione.

Proprio per questo il valore della sala deve diventare percepibile. Non basta che un cinema esista: deve offrire qualità tecnica, accoglienza, programmazione riconoscibile, iniziative, comunicazione e una ragione concreta per uscire di casa. Il pubblico non va rimproverato perché ha cambiato abitudini; va riconquistato costruendo un’esperienza che non sembri la versione più scomoda di qualcosa che può già ottenere sul divano.

Anche le politiche pubbliche dovrebbero misurare meglio questa dimensione. Accanto al numero di opere prodotte e alle risorse investite, sarebbe utile interrogarsi sistematicamente sulla durata media della permanenza in sala, sulla distribuzione territoriale, sulla capacità di raggiungere i piccoli centri e sulla frequenza con cui gli spettatori tornano. Non per ridurre la cultura a un foglio Excel, ma per capire se l’investimento riesce davvero a generare accesso.

Produrre di più non basta: dobbiamo sapere per chi produciamo

Il cinema italiano ha bisogno di opere diverse: film popolari, ricerca, documentari, esordi, coproduzioni, cinema destinato ai festival e cinema destinato a grandi pubblici. Non credo che la soluzione consista nel restringere la produzione fino a ottenere artificialmente pochi titoli “sicuri”. Il rischio sarebbe impoverire il linguaggio e chiudere porte proprio ai nuovi autori.

La domanda da aggiungere, però, è semplice e difficile: per chi stiamo producendo? Non nel senso commerciale di inseguire preventivamente il gusto del pubblico, ma nel senso culturale di immaginare l’incontro. Chi vedrà questo film? Dove? In quale momento? Con quale comunicazione? In quale rete di sale? Con quale possibilità di restare abbastanza a lungo da essere scoperto?

Se queste domande arrivano soltanto a film finito, spesso arrivano troppo tardi. La formazione del pubblico dovrebbe essere parte della politica cinematografica quanto la produzione. Le scuole, i cineclub, i festival, le sale d’essai, i circuiti territoriali e gli esercenti possono essere pensati non come mondi separati, ma come pezzi della stessa ecologia.

I numeri del 2025 non raccontano il fallimento del cinema italiano. Sarebbe una lettura scorretta: la produzione nazionale ha guadagnato pubblico e quota di mercato, gli incassi complessivi hanno tenuto e l’estate ha dimostrato margini di crescita. Raccontano però una tensione che non possiamo ignorare: aumenta la capacità di produrre mentre la frequentazione complessiva della sala fatica a crescere. È in quello spazio, tra il film realizzato e la poltrona vuota, che si gioca una parte decisiva del futuro del cinema.

Mario Macaluso Il Blog di Mario
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