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I promessi sposi di Alessandro Manzoni: la paura, il potere e l'ipocrisia di una società che opprime i deboli

Mario Macaluso 21.10.2026 5 min di lettura
I promessi sposi di Alessandro Manzoni: la paura, il potere e l'ipocrisia di una società che opprime i deboli
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Chi rilegge I promessi sposi da adulto, lontano dalle interrogazioni scolastiche, scopre che la vicenda di due giovani promessi di un paese sul lago di Como è quasi un pretesto. Alessandro Manzoni pubblicò il romanzo nel 1827 e lo riscrisse a lungo, fino all'edizione definitiva del 1840-1842, ambientandolo nella Lombardia del Seicento sotto il dominio spagnolo. Dietro la storia d'amore c'è il ritratto di un'intera società, osservata dal basso, dal punto di vista di chi non ha nome, denaro né protettori.

Quello che Manzoni mette in scena è un sistema in cui la paura circola come una moneta. La usano i potenti per ottenere ciò che vogliono, la subiscono i deboli, la amministrano le istituzioni che dovrebbero difendere i secondi dai primi e che invece finiscono per servire i primi. Seguire questo filo, più che le singole figure, permette di capire perché il libro continui a parlare a chi vive in un tempo che si crede molto diverso.

Il prepotente vive di impunità

Don Rodrigo non è un genio del male. È un signorotto di campagna, vanitoso e annoiato, che si incapriccia di Lucia per una scommessa con il cugino, il conte Attilio. La sua forza non viene dal coraggio né dall'intelligenza, ma dalla certezza di restare impunito. Ha un palazzotto, una schiera di bravi, un nome che fa tremare il paese, e soprattutto ha parenti e amici in alto. Quando il suo capriccio incontra un ostacolo, non deve fare altro che mandare due uomini a sbarrare la strada a un curato.

Il punto più acuto del romanzo è che questa prepotenza non resta isolata. Quando fra Cristoforo osa affrontarlo nel suo palazzo, don Rodrigo non risponde da solo: si rivolge al conte zio, membro del Consiglio segreto, che con una conversazione garbata e un pranzo ottiene dal padre provinciale dei cappuccini il trasferimento del frate lontano, a Rimini. Nessuna violenza visibile, nessuna minaccia aperta. Il potere vero, mostra Manzoni, non ha bisogno di alzare la voce: gli basta un accordo tra gentiluomini per togliere di mezzo l'unico che difendeva i deboli.

La legge che non protegge nessuno

Nella Milano spagnola le leggi abbondano. Le gride, i bandi delle autorità, si susseguono con pene sempre più severe contro i bravi e i loro padroni, e proprio la loro continua ripetizione dimostra che nessuno le rispetta. Manzoni ne riporta alcune quasi per intero, con la loro prosa solenne e minacciosa, e lascia che sia il lettore a misurare la distanza tra la parola scritta e la realtà delle strade.

Renzo, che crede ancora nella giustizia, va a chiedere aiuto al dottor Azzeccagarbugli portandogli in dono quattro capponi. L'avvocato lo scambia per un bravo e si offre subito di tirarlo fuori dai guai, spiegandogli che a saper ben maneggiare le gride nessuno è reo e nessuno è innocente. Appena sente il nome di don Rodrigo, però, lo caccia di casa e gli restituisce i capponi. In quella scena c'è tutto: la legge come strumento nelle mani di chi sa usarla, il sapere tecnico messo al servizio del più forte, il povero che scopre di essere solo proprio là dove pensava di trovare un riparo.

La violenza che si nasconde in famiglia

La storia di Gertrude, la monaca di Monza, è forse la pagina più moderna del libro. Figlia di un principe, viene destinata al convento prima ancora di nascere, perché il patrimonio deve andare intatto al primogenito. Nessuno la costringe con la forza: la si educa fin da bambina all'idea del chiostro, la si circonda di regali e di attenzioni finché obbedisce, la si isola e la si umilia appena accenna a ribellarsi. Quando finalmente pronuncia il suo sì, è un sì estorto con una pressione lenta e continua.

Manzoni non assolve Gertrude, che diventerà complice di delitti e consegnerà Lucia ai suoi rapitori. Ma mostra con lucidità come una società fondata sul rango e sull'interesse di casato possa piegare una persona fino a deformarla. L'ipocrisia, qui, ha l'aspetto rispettabile della famiglia, della religione, delle convenienze sociali, ed è proprio questa rispettabilità a renderla quasi impossibile da combattere.

Quando la fame diventa disordine

La carestia che colpisce Milano tra il 1628 e il 1629 sposta lo sguardo dai singoli alla folla. Il raccolto è scarso, le guerre e i cattivi governi lo hanno reso ancora più misero, il prezzo del pane sale. Le autorità rispondono imponendo per decreto un prezzo basso che nessun fornaio può sostenere, e quando il pane manca la rabbia esplode nell'assalto ai forni. Renzo, arrivato in città proprio quel giorno, si ritrova in mezzo al tumulto e finisce per essere scambiato per uno dei capi.

Manzoni descrive la folla con occhio severo ma senza disprezzo: capisce la fame, ma vede quanto facilmente la paura e la collera si trasformino in caccia al colpevole. Lo stesso meccanismo tornerà, più atroce, durante la peste del 1630, con la ricerca degli untori. Chi comanda preferisce offrire un nemico da odiare piuttosto che ammettere i propri errori, e chi soffre accetta volentieri una spiegazione semplice a un male che non comprende.

Una lezione che chiede coraggio

Sarebbe facile leggere il romanzo come un quadro di un'epoca lontana, con i suoi signorotti, i suoi bravi e le sue gride. Ma i meccanismi che Manzoni smonta non appartengono al Seicento: l'impunità di chi ha le amicizie giuste, la legge che diventa un labirinto in cui si perde soltanto chi non può pagarsi una guida, le pressioni familiari e sociali spacciate per scelte libere, la folla che cerca un capro espiatorio. Cambiano gli abiti, non la sostanza.

La risposta del libro non è la rivolta e nemmeno la rassegnazione. È la responsabilità personale, la capacità di chi, come fra Cristoforo, decide di non voltarsi dall'altra parte anche quando sa di non avere la forza dalla sua. Manzoni affida la salvezza dei suoi umili alla Provvidenza, ma lascia agli uomini il compito di non essere complici. Davanti alle prepotenze piccole e grandi del nostro tempo, quante volte scegliamo di essere Azzeccagarbugli invece di fra Cristoforo?

Mario Macaluso Il Blog di Mario
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