Il turismo è una forza potente. Porta risorse, visibilità, opportunità. Ma come tutte le forze potenti, se non è governato, trasforma. Cambia i luoghi, modifica le relazioni, altera i ritmi. Nelle città di mare, questo cambiamento è ancora più evidente. Il mare attrae, promette, seduce. E le città che gli stanno accanto diventano, lentamente, altro da ciò che erano.
Quando il turismo cresce senza una visione, il rischio non è solo la congestione, ma la sostituzione. Le funzioni quotidiane lasciano spazio a quelle temporanee. Le esigenze di chi vive vengono subordinate a quelle di chi passa. Il centro si svuota di residenti e si riempie di presenze brevi. Il luogo resta, ma la comunità si assottiglia.
Non è una dinamica inevitabile, ma è una dinamica frequente. E riguarda molte città di mare, non solo Cefalù. Il punto non è opporsi al turismo, ma comprenderne l’impatto. Chiedersi che tipo di turismo vogliamo, per chi, per quanto tempo, a quali condizioni. Perché il turismo non è neutro: produce effetti, orienta scelte, crea dipendenze.
Una città che vive solo di turismo rischia di perdere la propria complessità. Diventa funzionale, efficiente, ma fragile. Basta una crisi, un cambiamento globale, una stagione negativa per mettere tutto in discussione. Una città che integra il turismo in un progetto più ampio, invece, resta solida. Mantiene servizi, relazioni, identità.
Il volto di una città di mare cambia quando smette di interrogarsi. Quando accetta il cambiamento come destino e non come scelta. Ma il futuro non è mai scritto una volta per tutte. Dipende da come oggi si governa il presente. E il turismo, se inserito in una visione lunga, può essere risorsa senza diventare colonizzazione.
Raccontare questi processi è necessario. Perché solo ciò che viene compreso può essere guidato. E una città che conosce se stessa ha ancora la possibilità di scegliere che volto mostrare, e quale invece proteggere.



