Ritrovare Grazia Deledda: la scrittrice che insegnò a non sprecare la vita
Ci sono anniversari che servono a mettere una corona d'alloro davanti a un busto, e altri che servono a riaprire i libri. Il 2026 di Grazia Deledda dovrebbe appartenere alla seconda specie. Cento anni fa la scrittrice nuorese diventava la prima, e finora l'unica, donna italiana a ricevere il Nobel per la letteratura: il premio è quello del 1926, consegnato l'anno successivo. E il 15 agosto scorso sono caduti i novant'anni dalla sua morte, avvenuta a Roma nel 1936. Due date che si sommano e che, per una volta, hanno prodotto qualcosa di più di una cerimonia.
Un centenario che riempie sale e teatri
A luglio il Ministero della Cultura ha presentato a Roma il progetto Grazia Deledda 100, promosso insieme alla Regione Sardegna, alla Fondazione Mont'e Prama e all'Associazione Enti Locali per le Attività Culturali e di Spettacolo. Lo spettacolo inaugurale, Deledda e Duse. La rivoluzione silenziosa, è andato in scena a San Giovanni di Sinis e racconta il legame tra la scrittrice ed Eleonora Duse, che nel 1916 fu protagonista del film tratto da Cenere, la sua unica esperienza davanti alla macchina da presa. A ottobre è arrivato a Roma, all'Auditorium della Conciliazione, un altro lavoro di danza, narrazione e musica dal vivo costruito proprio attorno a quel romanzo, alla madre Olì e al figlio Anania.
Pochi giorni fa, a Sassari, la Biblioteca Universitaria ha dedicato una serata alla scrittrice con la studiosa Rossana Dedola, sua biografa, ed esposto due manoscritti autografi, quelli de L'edera e de Il ritorno del figlio, con le correzioni a vista. A marzo il Ministero dell'Istruzione aveva allestito una piccola mostra bibliografica che comprendeva perfino il libro di lettura compilato da Deledda per la terza elementare. E nelle sale è uscito Quasi Grazia di Peter Marcias, presentato al Torino Film Festival nel 2025 e tratto dal romanzo omonimo di Marcello Fois: tre momenti della sua vita, una visita della madre nei primi anni del Novecento, Stoccolma nel 1927 alla vigilia del premio e la malattia finale, affidati a tre attrici diverse, Irene Maiorino, Laura Morante e Ivana Monti.
Tutto questo è prezioso. Ma il rischio delle celebrazioni è di trasformare un'autrice in un'icona, la sarda col costume tradizionale che vince il Nobel. Vale la pena, invece, chiedersi che cosa abbia ancora da dire a chi la legge oggi.
La ragazza che scelse la propria vita
Grazia Deledda nasce a Nuoro il 27 settembre 1871, in una società che alle ragazze non chiedeva di studiare. A leggere e scrivere la avvia uno zio canonico, ma la sua istruzione formale si ferma dopo quattro anni di scuola elementare; il resto è lettura da autodidatta e ostinazione. Comincia a pubblicare racconti da adolescente, sul finire degli anni Ottanta dell'Ottocento, in un ambiente che non era fatto per accogliere una ragazza che scrive storie d'amore e di colpa ambientate tra la gente di casa. Lei continua. Nel gennaio del 1900 sposa Palmiro Madesani, funzionario statale, e si trasferisce a Roma, dove resterà per il resto della vita senza mai smettere di raccontare la Sardegna.
È in questa biografia che leggo il senso di quel sottotitolo un po' audace, la scrittrice che insegnò a non sprecare la vita. Deledda non ha lasciato manuali di saggezza, e non le attribuirò massime che non ha scritto. Ma la sua stessa esistenza è un argomento: una donna che, avendo a disposizione pochissimo, decide di usare tutto. Nessuna occasione mancata per timidezza, nessun talento lasciato dormire per rispetto delle convenzioni. A guardarla bene, la sua vita è l'esatto contrario di quella di molti suoi personaggi.
Romanzi pieni di vite sprecate
Perché è questo, forse, il filo più moderno dei suoi libri. In Elias Portolu, uscito in volume nel 1903, un uomo torna a casa dal carcere e si innamora della fidanzata del fratello. Potrebbe scegliere, e non sceglie: si rifugia nel sacerdozio come in un nascondiglio, mentre la vita che avrebbe potuto avere va avanti senza di lui, fino alla perdita più dolorosa. Il romanzo non è una predica contro il desiderio, ma il ritratto di un'esistenza consumata dall'indecisione e dalla paura del giudizio altrui.
In Cenere Olì, sedotta e lasciata sola, abbandona il figlio Anania, che crescerà inseguendo il fantasma della madre; quando finalmente la ritrova, quell'incontro diventa un peso che lei sceglie di togliergli nel modo più radicale. In Canne al vento, del 1913, il servo Efix passa gli anni al servizio delle dame Pintor, nobili decadute, per espiare una colpa antica, e tutta la sua esistenza si piega attorno a quel debito. È il romanzo in cui l'immagine del titolo dice ogni cosa: uomini fragili come canne, mossi da una sorte che non governano. In La madre, del 1920, il giovane prete Paulo è diviso tra l'amore per una donna e la vocazione, e accanto a lui la madre vive per sorvegliarne la coscienza, fino a un epilogo che ancora oggi lascia senza fiato.
Leggere questi libri come drammi rurali, folclore in prosa, significa capovolgerli. Deledda guarda con pietà profonda i suoi personaggi, ma non li assolve dal tempo perduto. Le loro vite si sprecano non per cattiveria, ma per obbedienza: alle consuetudini, alla vergogna, alla paura di scegliere. La colpa, nei suoi romanzi, raramente è un delitto clamoroso; più spesso è un sì non detto, un amore rimandato, una strada rinunciata. È per questo che l'Accademia svedese parlò di scritti capaci di ritrarre la vita della sua isola e, insieme, di trattare con profondità i problemi umani in generale.
Poi c'è Cosima, uscito postumo, il romanzo in cui Deledda racconta la propria giovinezza sotto un nome appena diverso. È il libro che chiude il cerchio: la ragazza di Nuoro che, contro tutti, decide di diventare scrittrice. Leggerlo dopo gli altri è come vedere il rovescio di una trama. Dove Elias, Olì ed Efix si lasciano piegare, Cosima resiste.
Per questo credo che il centenario debba servire soprattutto a tornare in libreria. Non per dovere scolastico, ma perché Deledda parla a un'epoca come la nostra, che ha moltiplicato le possibilità e non ha affatto cancellato la paura di sceglierle. Si chiude Canne al vento o La madre con la sensazione di avere assistito a una vita intera passata ad aspettare il permesso di vivere. Ed è difficile, dopo, non domandarsi quanto di quel vento soffi ancora su ciascuno di noi.