Sto come un re di Edoardo Nesi: il nuovo romanzo e le illusioni del nostro tempo
C'è un'espressione che in Italia si usa per rassicurare chi chiede come stiamo, e che spesso nasconde molto più di quanto dica: sto come un re. Edoardo Nesi l'ha scelta come titolo del suo nuovo romanzo, uscito il 13 ottobre 2026 per La nave di Teseo nella collana Oceani, e l'ha legata a un uomo che ne era convinto davvero. Luciano Martinelli ha sessantacinque anni, si sente in perfetta salute, si crede quasi invulnerabile. Poi un ictus, seguito da una violenta crisi epilettica, lo porta a un passo dalla morte.
Da qui comincia un libro di circa duecento pagine che racconta la convalescenza come un viaggio dentro la propria fragilità, con un tono comico e allucinato. Ed è proprio la distanza tra quel «sto come un re» e la realtà di un corpo che non risponde più a dare al romanzo la sua forza: la storia di un uomo che deve rinunciare all'idea di sé che aveva coltivato per tutta la vita, e che proprio per questo diventa lo specchio di molte illusioni del nostro tempo.
Uno scrittore e la sua Prato
Nato a Prato, Edoardo Nesi è una delle voci più riconoscibili della narrativa italiana degli ultimi decenni. Ha vinto il Premio Strega nel 2011 con Storia della mia gente, il racconto della crisi dell'industria tessile pratese vissuta dall'interno, da figlio di imprenditori, ed era già stato finalista allo stesso premio nel 2005 con L'età dell'oro. Tra i suoi titoli ci sono anche Fughe da fermo, Le nostre vite senza ieri e I lupi dentro, ed è il traduttore italiano di Infinite Jest di David Foster Wallace.
Gran parte della sua opera ha raccontato la fine del benessere della provincia industriale. Questa volta Nesi sposta lo sguardo. Lo ha spiegato lui stesso presentando il libro: non c'è una città precisa, la storia si svolge nel 2026 ma potrebbe essere un anno qualsiasi. Al posto della Prato delle fabbriche c'è uno spazio quotidiano fatto di ospedale, casa, terapie e solitudine. L'idea, ha raccontato, è nata da un problema fisico che lo ha colpito poco dopo aver compiuto sessant'anni, e da lì ha costruito un personaggio alle prese con qualcosa di molto più grave.
Luciano, Tamara e il ritorno a casa
Quando Luciano torna a casa dall'ospedale, apparentemente sta bene. Gli restano una gamba che non obbedisce come dovrebbe e due pastiglie da prendere ogni giorno. Ma soprattutto gli resta una condizione nuova: non può più stare da solo. Deve accettare in casa una badante georgiana, Tamara, una donna di settant'anni che parla un italiano incerto e non se la cava granché in cucina. Con lei Luciano scherza, a volte con crudeltà, e finisce anche per ridere.
Attorno a questa convivenza forzata il romanzo costruisce il percorso di guarigione e il tentativo di ricomporre una vita che il protagonista credeva finita. C'è lo sguardo preoccupato del figlio, che restituisce a Luciano un'immagine di sé che non vuole riconoscere, quella di un malato da proteggere. E c'è il ricordo della moglie Lisa, morta anni prima, che riaffiora già nelle prime pagine, durante la crisi, in una dimensione sospesa tra la vita e la morte.
Una scrittura che entra nel corpo
Il romanzo si apre proprio con l'ictus, raccontato con grande intensità, e una parte importante del libro è dedicata a ciò che accade durante le crisi epilettiche: odori, sapori e sensazioni che nella realtà non esistono ma che il malato percepisce con assoluta nitidezza. Per restituire questa esperienza in modo rigoroso, Nesi ha lavorato a lungo con il neurologo Enrico Grassi, che ha descritto l'epilessia come un disturbo dello stato di coscienza, legato al sentirsi vivi più che all'intelligenza.
Anche la forma del racconto porta i segni di questa ricerca. Nesi ha raccontato di aver provato a scrivere la storia in terza persona e di averla abbandonata perché non funzionava, capendo che doveva restare concentrato sul personaggio e che tutto il resto lo indeboliva. Ha eliminato il punto e virgola e ha inserito pagine con una sola riga o con poche parole, pensate come pause in cui il lettore dovrebbe fermarsi. Ne nasce una prosa che alterna narrazione e passaggi lirici, con una punteggiatura che segue il male del protagonista.
L'illusione di essere invulnerabili
Il tema che attraversa tutto il romanzo è la scoperta improvvisa di una grande debolezza dentro di sé. Luciano rappresenta un tipo umano molto diffuso: l'adulto che ha costruito la propria identità sull'autonomia, sull'efficienza, sulla certezza di poter contare soltanto su se stesso. È l'illusione di un'epoca che ha reso la salute una prestazione, che considera la dipendenza dagli altri quasi una colpa. Quando il corpo tradisce, quella costruzione crolla di colpo.
Il romanzo racconta la malattia non come un semplice episodio clinico, ma come un processo che cambia l'identità, le relazioni e il modo di stare al mondo. Parla di una vita sempre più accompagnata dalla medicina, di longevità, del difficile equilibrio tra la dignità di chi conosce i propri limiti e la necessità di affidarsi a qualcuno. E in questo affidamento entra una figura che la nostra società conosce benissimo ma racconta poco: la badante arrivata da lontano, che vive dentro la casa e dentro l'intimità di una famiglia senza farne davvero parte.
Ricominciare da un filo sottile
La copertina del libro mostra un uomo che cammina su un filo sospeso tra il cielo e le nuvole. Per Nesi è l'immagine di chi cerca una strada che ormai non esiste più. Luciano non può tornare indietro, non può più essere l'uomo sicuro di sé che era prima dell'ictus. Può soltanto imparare a camminare su un equilibrio precario, accettando l'aiuto di una sconosciuta che diventa, giorno dopo giorno, una presenza decisiva.
Lo scrittore ha detto che scrivere questo libro gli è servito molto, perché i suoi romanzi nascono sempre come reazione a ciò che gli succede. Ed è da questa urgenza personale che arriva la sincerità del racconto, capace di tenere insieme ironia e dolore senza cadere nella retorica della malattia. Sto come un re lascia al lettore una domanda che riguarda tutti. Quanto siamo davvero pronti a scoprire la nostra fragilità e ad accettare che, un giorno, qualcuno debba prendersi cura di noi?