Umberto Eco: i 5 misteri del Nome della rosa che nascondono una feroce guerra tra fede, conoscenza e potere
Nel 1980 un semiologo di Alessandria, fino ad allora noto soprattutto agli studiosi, pubblicò con Bompiani il suo primo romanzo. Si intitolava Il nome della rosa, era ambientato in un'abbazia benedettina dell'Italia settentrionale nel novembre del 1327 e raccontava sette giorni di delitti, discussioni teologiche e segreti custoditi tra le mura di una biblioteca. In pochi anni divenne un fenomeno mondiale, tradotto in decine di lingue e portato sullo schermo da Jean-Jacques Annaud, con Sean Connery nei panni del protagonista.
Chi lo legge come un semplice giallo medievale coglie solo la superficie. Il frate francescano Guglielmo da Baskerville e il giovane novizio Adso da Melk indagano su una catena di morti, ma ogni indizio li porta più a fondo in un conflitto che non riguarda soltanto un assassino. In gioco ci sono il diritto di sapere, la paura del dubbio, il rapporto tra la Chiesa e il potere politico.
Umberto Eco costruì il romanzo come un mosaico di enigmi. Alcuni si sciolgono nelle ultime pagine, altri restano volutamente aperti. Eccone cinque, quelli che più di tutti rivelano la guerra sotterranea che attraversa il libro.
1. Il libro che nessuno doveva leggere
Al centro di tutto c'è un volume che la tradizione considera perduto: il secondo libro della Poetica di Aristotele, quello dedicato alla commedia. Nell'abbazia qualcuno lo possiede, lo nasconde e uccide pur di impedire che venga letto. Il custode del segreto è Jorge da Burgos, il vecchio monaco cieco che incarna la conservazione più rigida del sapere.
Perché un trattato sul riso dovrebbe essere tanto pericoloso? Per Jorge la risata è un'arma: libera dalla paura, e un uomo che non teme più il diavolo né l'autorità non ha più bisogno di obbedire. Se l'opera di un filosofo venerato come Aristotele avesse legittimato il riso, il fondamento stesso dell'ordine sarebbe stato scosso. Il delitto nasce così da un'idea, non da un'avidità: la convinzione che alcune verità debbano restare chiuse a chiave.
2. Il labirinto della biblioteca
La biblioteca dell'abbazia, collocata nell'Edificio, è un labirinto di stanze disposte secondo uno schema che solo il bibliotecario conosce. I monaci non possono entrarvi liberamente: chiedono un libro, e il bibliotecario decide se consegnarlo. Guglielmo e Adso vi penetrano di notte, si perdono, scoprono specchi deformanti ed erbe che provocano visioni, finché non ricostruiscono la mappa e individuano la stanza più segreta, il finis Africae.
Il mistero non è soltanto architettonico. Una biblioteca nata per conservare il sapere si è trasformata nel luogo in cui il sapere viene nascosto. Eco mette in scena un paradosso che resta attuale: chi controlla l'accesso ai libri controlla anche ciò che una comunità può pensare. Il labirinto è l'immagine di una conoscenza che protegge se stessa fino a soffocarsi.
3. Le morti che sembravano seguire l'Apocalisse
Il primo a morire è Adelmo da Otranto, giovane miniatore. Poi tocca a Venanzio da Salvemec, studioso di greco, trovato in un orcio di sangue di maiale; quindi a Berengario da Arundel, aiuto bibliotecario, annegato in una vasca. Le vittime aumentano, e nell'abbazia si diffonde la convinzione che i delitti seguano le trombe dell'Apocalisse di Giovanni. La paura del giudizio imminente si impadronisce dei monaci.
Guglielmo stesso finisce per credere a quello schema, e lo usa per anticipare le mosse dell'assassino. Ma alla fine scopre che il disegno apocalittico era in gran parte un'illusione: non esisteva un piano unico, bensì una serie di eventi intrecciati, in parte casuali, che Jorge aveva poi sfruttato. È uno dei passaggi più profondi del romanzo. L'investigatore arriva alla verità seguendo un ordine che non c'era, e capisce quanto la mente umana sia incline a vedere disegni anche dove regna il caos.
4. La disputa sulla povertà di Cristo
Mentre i monaci muoiono, l'abbazia ospita un incontro delicatissimo. Da una parte i francescani, guidati da Michele da Cesena, sostengono che Cristo e gli apostoli non possedettero nulla; dall'altra i legati del papa Giovanni XXII, che risiede ad Avignone. Sullo sfondo c'è lo scontro tra il papato e l'imperatore Ludovico il Bavaro, che sostiene i francescani anche per ridimensionare il potere temporale della Chiesa.
Quella che sembra una questione teologica è in realtà una battaglia sul denaro e sull'autorità. Se la povertà è la via di Cristo, una Chiesa ricca e potente perde legittimità. Con la delegazione papale arriva l'inquisitore Bernardo Gui, figura storica realmente esistita, che trasforma il dibattito in un processo. Il cellario Remigio da Varagine, che in gioventù aveva seguito fra Dolcino, viene accusato di eresia e di delitti che non ha commesso. Eco mostra con lucidità come la caccia all'eretico possa diventare uno strumento politico.
5. Il significato del titolo
Per tutto il romanzo la rosa non compare quasi mai. Il titolo trova eco solo nell'ultima riga, un verso latino che Adso, ormai vecchio, cita a conclusione del suo racconto: della rosa di un tempo resta soltanto il nome, e noi possediamo nomi nudi. È una riflessione malinconica su ciò che sopravvive alla distruzione delle cose.
Eco tornò sull'argomento nelle Postille pubblicate qualche anno dopo, spiegando di aver scelto la rosa proprio perché è un simbolo così carico di significati da non averne quasi più nessuno. Il titolo, dunque, non doveva orientare il lettore ma lasciarlo libero. Un'idea coerente con tutto il libro, che rifiuta la verità imposta dall'alto e affida a chi legge il compito di interpretare.
Il finale del romanzo è un incendio. Jorge, pur di non consegnare il libro proibito, ne divora le pagine avvelenate, e nella lotta la biblioteca prende fuoco fino a bruciare per intero. Il sapere che si era voluto proteggere a ogni costo scompare insieme al suo guardiano. Guglielmo ha risolto l'enigma, ma non ha salvato nulla.
È forse questa la lezione più dura che Eco consegna ai lettori. La conoscenza chiusa a chiave non viene preservata, viene condannata. E il fanatismo, di qualunque segno sia, finisce per distruggere proprio ciò che dichiara di difendere. A più di quarant'anni dall'uscita, e a dieci dalla scomparsa del suo autore nel 2016, Il nome della rosa continua a parlare a un'epoca che fatica ancora a distinguere tra chi custodisce il sapere e chi lo sequestra.