Mario Macaluso

Vivere tra bit e realtà. La “Vita Onlife” secondo la filosofia moderna

Vivo connesso. Come te. Come tutti. E non lo dico con orgoglio né con rassegnazione, lo dico come si constata un dato di fatto. La mattina apro gli occhi e prima ancora di mettere i piedi a terra controllo il telefono. Notifiche, messaggi, titoli, allarmi silenziosi. Poi il caffè, poi la realtà. O forse no. Forse la realtà è già iniziata prima, dentro quello schermo acceso. È qui che capisco quanto la parola Onlife non sia una trovata linguistica, ma una fotografia piuttosto fedele di quello che siamo diventati.

Mi accompagna, mentre scrivo, una frase di Luca Mauceri che sento mia, profondamente: “Per me fare filosofia significa interrogarmi sul mio tempo cercando di coglierlo nei concetti e di porlo in relazione all’eterno, a ciò che è vero sempre.” Ecco, se c’è un compito che oggi la filosofia non può evitare, è proprio questo: guardare in faccia il nostro tempo iperconnesso senza nostalgia e senza idolatria.

Onlife non è una moda, è una condizione

La Vita Onlife non è il futuro. È il presente. È l’intreccio continuo, ininterrotto, spesso confuso, tra esperienza fisica e dimensione digitale. Non c’è più un “prima” e un “dopo”, un “dentro” e un “fuori”. Siamo sempre dentro. Sempre raggiungibili. Sempre potenzialmente esposti.

Me ne sono accorto qualche anno fa, durante una passeggiata al mare. Camminavo, guardavo l’orizzonte, respiravo. Tutto bene. Poi vibra il telefono. Un messaggio di lavoro. Due minuti dopo stavo rispondendo, fermo, con il mare davanti e la testa altrove. In quel momento ho capito che non stavo passando dal reale al virtuale. Stavo vivendo entrambe le cose insieme. E non ero sicuro di gestirle bene.

La filosofia moderna, quando parla di Onlife, non ci chiede di scegliere da che parte stare. Ci chiede di prendere coscienza. Di capire che la tecnica non è più uno strumento esterno, ma un ambiente. E gli ambienti, si sa, ci plasmano.

Il rischio più grande: vivere senza profondità

Il problema non è la tecnologia. Non lo è mai stato. Il problema è l’uso inconsapevole, automatico, acritico. È la velocità che diventa norma, la semplificazione che prende il posto del pensiero, l’opinione istantanea che uccide il dubbio.

A volte mi chiedo quando abbiamo smesso di fermarci davvero su una domanda. Di restare nel disagio di non avere subito una risposta. La Vita Onlife ci offre tutto, subito. Ma in cambio rischia di toglierci la profondità. E senza profondità, anche l’esperienza più ricca diventa superficie.

Interrogare il nostro tempo, come dice Mauceri, significa anche questo: chiederci cosa stiamo perdendo mentre guadagniamo connessioni. Cosa succede alla memoria, al silenzio, all’attesa. Cosa succede alla verità quando tutto è commentabile, condivisibile, riscrivibile all’infinito.

L’eterno come bussola nel digitale

Qui entra in gioco una parola che sembra fuori moda: eterno. Non nel senso religioso o metafisico spicciolo, ma come ciò che resta vero anche quando cambiano i dispositivi, le piattaforme, i linguaggi. L’eterno sono le domande fondamentali. Chi sono? Cosa conta davvero? Che responsabilità ho verso gli altri?

La Vita Onlife non cancella queste domande. Le rende più urgenti. Perché quando tutto accelera, il rischio è vivere per reazione e non per scelta. Mettere in relazione il nostro tempo con l’eterno significa usare la tecnologia senza lasciarsi usare. Significa ricordarsi che dietro ogni profilo c’è una persona, dietro ogni dato una storia, dietro ogni algoritmo una decisione umana.

Io non voglio tornare indietro. Non credo nella nostalgia analogica. Voglio andare avanti, ma con uno sguardo vigile. Voglio abitare il digitale senza smettere di abitare me stesso. Voglio restare umano, anche quando tutto intorno spinge verso l’automatismo.

Una vita consapevole, non disconnessa

La filosofia, oggi, non serve a spegnere i dispositivi. Serve ad accendere le coscienze. A ricordarci che la Vita Onlife può essere una grande occasione, se impariamo a darle forma, senso, misura. Non si tratta di scegliere tra bit e realtà, ma di tenere insieme entrambe senza smarrirsi.

Forse la vera sfida non è tecnologica, ma interiore. Riuscire a vivere connessi senza essere dispersi. Informati senza essere svuotati. Presenti senza essere schiavi dell’istante.

Lascia un commento