Tra qualche settimana si tornerà al voto in alcuni comuni del nostro circondario. Si parlerà di programmi, di liste, di alleanze, di chi si è messo con chi. Si racconteranno comizi, polemiche, promesse, accuse. Tutto come sempre. E quasi nessuno dirà la cosa più semplice e più grossa di tutte: che da molti anni, in Italia, alle elezioni comunali i cittadini non scelgono più nessuno.
Sembra una provocazione, ma non lo è. La legge sull'elezione diretta dei sindaci esiste ancora, è formalmente intatta, e il giorno del voto andiamo davvero a mettere una croce sul nome del sindaco che vogliamo. Eppure, in mezzo a questa apparenza di normalità, è successo qualcosa di profondo. Quella legge è stata svuotata di una cosa fondamentale: la candidatura.
Cosa dovrebbe essere, una candidatura
Prima di tutto bisogna ricordarsi cosa significava, una volta, la parola candidatura. Significava un atto di apertura. Una persona, in un contesto pubblico, dichiarava la propria disponibilità a guidare la comunità. Lo faceva per tempo, con anticipo sulle elezioni, e si esponeva al giudizio dei cittadini ben prima della scheda elettorale. La candidatura era il momento in cui la comunità poteva guardare diversi possibili sindaci, ascoltarli, conoscerli, valutarli, e poi convergere verso quello che riteneva più adatto.
La candidatura era una fase di scelta. La scelta non avveniva sul seggio, avveniva prima. Il voto serviva solo a ratificare un percorso che era stato fatto dalla comunità nei mesi precedenti. Per questo l'elezione diretta funzionava: perché era preceduta da un dibattito vero su chi dovesse essere candidato. Le persone valide si proponevano, le comunità le valutavano, e il sindaco usciva fuori da quel processo.
Cosa è oggi, la candidatura
Quel processo, da tempo, non c'è più. Oggi la candidatura non è una fase di scelta. È un fatto compiuto. I nomi che troveremo sulla scheda alle prossime comunali sono stati decisi da qualcun altro, da qualche parte, in stanze a cui non abbiamo accesso. Non sono nomi emersi da un dibattito pubblico, non sono nomi su cui i cittadini hanno potuto esprimersi prima. Sono nomi imposti, in modo elegante e procedurale, ma imposti.
I partiti, o quello che ne resta, scelgono i candidati. I gruppi di interesse esprimono i loro. Le alleanze locali, costruite a porte chiuse, decidono chi candidare e chi no. Quando arriva il momento delle elezioni, l'elettore si trova davanti due o tre nomi già decisi, su cui non ha avuto nessuna voce in capitolo, e gli viene chiesto di scegliere "liberamente" tra loro. Non è una scelta. È una ratifica di scelte fatte altrove.
La differenza è enorme. Nel sistema della candidatura aperta, il cittadino concorreva alla composizione dell'offerta politica. Nel sistema attuale, l'offerta politica gli arriva chiusa, sigillata, già confezionata, e lui può solo accettarla o astenersi.
Perché è importante e perché tace
Tutto questo non è un dettaglio procedurale. È il cuore della democrazia comunale. La forza dell'elezione diretta dei sindaci, quando fu introdotta negli anni Novanta, stava proprio nell'idea che il cittadino potesse identificare una persona, conoscerla, sostenerla, anche prima del voto. Quel meccanismo funzionava perché esisteva un terreno di mezzo — fatto di assemblee, comitati civici, riunioni di quartiere, presentazioni pubbliche — in cui le candidature emergevano davvero dal basso.
Quel terreno di mezzo è scomparso. Non per caso. È stato lentamente svuotato da chi aveva interesse a controllare l'offerta politica senza esporsi al confronto. È molto più facile, per un partito o una corrente, scegliere il proprio candidato in segreto e poi presentarlo come "il candidato del territorio", piuttosto che far emergere quel candidato attraverso un processo aperto in cui anche altri potrebbero proporsi e prevalere.
Il risultato è che oggi i cittadini delle nostre comunità conoscono pochissimo dei loro candidati. Li scoprono sui manifesti, due mesi prima del voto, già con il vestito della candidatura indosso. Non hanno avuto nessun ruolo nello sceglierli. Possono solo dire sì o no.
Una candidatura vera, oggi, sarebbe questo
Una candidatura vera, in un comune piccolo o medio, dovrebbe svolgersi così. Mesi prima del voto, persone disponibili a fare il sindaco si dichiarerebbero pubblicamente. Si sottoporrebbero a incontri aperti, dibattiti civici, confronti di programmi. La comunità — non i partiti, non le correnti, non le segreterie — avrebbe il tempo e gli strumenti per conoscerle, valutarle, paragonarle. Da quel processo emergerebbero, in modo naturale, due o tre candidature credibili. Solo a quel punto si arriverebbe al voto.
È più o meno così che funzionano le primarie nei paesi anglosassoni, ed è più o meno così che funzionavano, in modo informale, anche da noi quando i partiti erano ancora radicati nel territorio. Oggi non funziona così da nessuna parte. E non perché sia impossibile, ma perché conviene a pochi che continui a non funzionare.
Quello che voteremo
Alle prossime comunali nei nostri paesi voteremo dei nomi. Forse vinceranno i migliori. Forse no. In ogni caso, non saranno nomi che noi abbiamo scelto. Saranno nomi su cui ci viene chiesto di esprimerci dopo che la scelta vera è stata fatta in altre stanze.
Vale la pena, prima di andare al seggio, ricordarselo. Non per non votare. Per votare, sì, ma sapendo cosa stiamo facendo davvero. E magari per cominciare a chiedere, da subito, un modo diverso di costruire le candidature alla prossima volta.