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L'Inter ha vinto il ventunesimo scudetto: in Italia, per i nerazzurri, una vittoria vale sempre il doppio

Bastava guardare le facce dei giocatori dell'Inter al fischio finale per capire che non era una festa qualunque. Era la festa di una squadra che sa di aver vinto due volte: una sul campo, come tutti, e una contro un sistema che da sempre, in modo silenzioso, prova a sottrarre ai nerazzurri quello che hanno conquistato.

Mario Macaluso · 04 May 2026 · 6 min di lettura
L'Inter ha vinto il ventunesimo scudetto: in Italia, per i nerazzurri, una vittoria vale sempre il doppio

Bastava guardare le facce dei giocatori al fischio finale di Inter-Parma. Bastava vedere come si sono cercati, abbracciati, come hanno alzato le braccia in aria contemporaneamente, come sono corsi sotto la curva con quello sguardo che non è solo gioia, è qualcosa di più. È la consapevolezza di chi sa di aver fatto una cosa che, in Italia, da sempre costa il doppio.

L'Inter è campione d'Italia per la ventunesima volta. Lo è diventata oggi, 3 maggio 2026, battendo il Parma 2-0 a San Siro. Gol di Thuram al 45', gol di Mkhitaryan all'80'. Tre giornate di anticipo sulla fine del campionato, dodici punti di vantaggio sul Napoli secondo. Cristian Chivu, primo anno completo da allenatore in Serie A, ha portato a casa il titolo. Lautaro Martinez ha chiuso da capocannoniere con sedici gol. Federico Dimarco ha stabilito il record assoluto di assist nella storia del campionato italiano: diciotto. Sono numeri.

Sui numeri, in Italia, una squadra normale potrebbe poggiarsi tranquilla. Ma se quella squadra è l'Inter, sui numeri non si poggia mai nessuno. Perché in Italia una vittoria dell'Inter non vale mai una vittoria sola. Ne vale sempre due. La prima è quella conquistata sul campo, come tutti. La seconda è quella conquistata contro il sistema, ed è una vittoria che le altre squadre, semplicemente, non sono costrette a vincere. Lo si vedeva, in quegli abbracci a fine partita: lo sapevano benissimo anche loro.

Sedici scudetti che mancano nella bacheca

Per capire cosa intendo basta fare un'operazione semplice. L'Inter ha vinto, contandoci da oggi, ventuno scudetti. Quanti dovrebbe averne, se in cento e passa anni di storia il sistema arbitrale italiano fosse stato neutrale, come avrebbe dovuto essere? La risposta, per chi conosce la storia di questo club e la storia di questo paese, è circa trentasette. Sedici scudetti perduti per strada, in modi diversi: alcuni con polemiche giudiziarie, altri con designazioni arbitrali stranissime, altri ancora con stagioni intere segnate da torti che oggi, rivisti con calma, fanno semplicemente impressione.

Sedici è un numero enorme. Significa che, statisticamente, in più di un quarto delle stagioni in cui l'Inter aveva la squadra per vincere, è successo "qualcosa" che le ha impedito di farlo. Qualcosa che, ovviamente, alle altre grandi non è capitato con la stessa frequenza, o con la stessa pesantezza, o con la stessa puntualità nei momenti decisivi.

Non si capisce perché. Non c'è una spiegazione razionale. È un dato di fatto, antico quasi quanto il calcio italiano stesso. Gli arbitri, in Italia, tendono storicamente a penalizzare l'Inter più di quanto non penalizzino le altre. È una regolarità che attraversa epoche, designatori, presidenze, riforme. Cambia tutto, intorno, e quella resta.

I due scudetti tolti a Simone Inzaghi

L'esempio più recente, e più documentabile, è quello dei due scudetti sottratti all'Inter di Simone Inzaghi. Erano due squadre forti, costruite per vincere, in due stagioni in cui erano già davanti agli avversari. In entrambi i casi è successa la stessa cosa: nelle settimane decisive sono arrivate, una dopo l'altra, decisioni arbitrali sfavorevoli che chiunque guardasse con un minimo di onestà non poteva non riconoscere come tali. Non un episodio isolato: un piccolo grappolo di episodi, tutti nella stessa direzione, tutti contro la stessa squadra, tutti nei momenti che contavano di più.

Sono punti tolti con il bisturi. Un rigore non concesso qui, un gol annullato lì, un fallo da rosso che diventa giallo, un fuorigioco che improvvisamente diventa millimetrico solo quando lo trovi tu. Punti che si sommano. E quando alla fine guardi la classifica, ti accorgi che ti mancano esattamente quei punti per arrivare primo. Non è caso. Non è sfortuna. È un meccanismo.

L'Inter di Inzaghi è stata privata di due scudetti che aveva conquistato sul campo. Inzaghi è poi andato via in piena estate, dopo la sconfitta in finale di Champions, e a qualcuno è sembrato giusto chiudere così la sua avventura nerazzurra. Ai tifosi dell'Inter, no. E la storia, se ancora ha un minimo di rispetto per i fatti, gliene riconoscerà almeno uno.

Le ingiustizie sono il termometro della forza vera

Quando un sistema penalizza sempre la stessa squadra, succede una cosa interessante: quella squadra finisce per misurarsi non solo con le avversarie ma anche con tutto ciò che le si mette di traverso. È una condizione faticosa, ma costringe a sviluppare una forza in più. Una forza che le altre squadre non hanno bisogno di avere, e che proprio per questo non hanno.

Ci sono anni in cui le ingiustizie bastano. Bastano a frenare il margine, a togliere i punti decisivi, a logorare una squadra forte fino a spegnerla nel finale. Sono gli anni in cui l'Inter, per colpa di sei o sette episodi piazzati con cura, finisce seconda o terza dopo essere stata prima per nove mesi. Sono gli anni dei "se", dei "magari", dei "doveva essere". Sono anni che, vent'anni dopo, fanno ancora male a chi li ha vissuti.

Ma ci sono anche anni in cui le ingiustizie non bastano. Anni in cui la squadra è talmente forte, talmente larga di rosa, talmente decisa nel suo cammino, che neanche il bisturi più affilato riesce a portarle via abbastanza punti per fermarla. Anni in cui, alla fine, il margine resta lì: cinque, otto, dieci, dodici punti, troppi anche per il più paziente dei meccanismi.

Quest'anno è uno di quegli anni

Quest'anno è stato uno di quelli. Lo abbiamo capito sul campo, partita dopo partita, settimana dopo settimana. Le ricostruzioni partite a marzo non sono servite a niente. Gli episodi messi sotto la lente non hanno spostato la classifica. Le narrazioni costruite a tavolino sono cadute davanti ai numeri. La distanza dalla seconda è cresciuta invece di restringersi. E alla fine il titolo è arrivato così pulito, così matematico, così senza appello, che anche i meccanismi di sempre hanno dovuto fare un passo indietro.

Sono questi gli anni in cui l'Inter vince. Gli anni in cui è più forte delle ingiustizie. Sono anni che capitano poche volte in una vita di tifoso, ed è giusto riconoscerli per quello che sono: stagioni speciali, in cui la squadra fa due cose insieme, batte gli altri e batte il sistema, e te ne accorgi solo a fine maggio quando guardi la classifica e ti rendi conto che non c'era niente da fare.

Quegli abbracci che abbiamo visto stasera in mezzo al campo, quei sorrisi, quel modo di esultare che non somiglia a un'esultanza qualunque, vogliono dire esattamente questo. Lo sanno loro per primi: hanno vinto due volte. Hanno battuto le squadre avversarie e hanno battuto un sistema che, per tradizione, non li avrebbe voluti vedere alzare quel trofeo. Per questo il ventunesimo scudetto vale due. Non per retorica. Per matematica e per onestà. Una vittoria piena. Doppia. Di quelle che non si dimenticano.

Mario Macaluso

Mario Macaluso

Scrittore, blogger e founder del Festival del Cinema di Cefalù. Laureato in Filosofia con studi in Teologia. Scrivo per comprendere il tempo che viviamo, raccontando luoghi, persone e storie che meritano attenzione.

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