Non è crescita, è affollamento. Questo è quello che i numeri dicono di Cefalù negli ultimi dieci anni, se li si guarda senza l'entusiasmo di rito che accompagna ogni statistica turistica. Tra il 2013 e il 2023 la popolazione residente è scesa da quattordicimilaottocento a poco più di tredicimilaquattrocento abitanti. Nello stesso periodo le presenze turistiche sono più che raddoppiate, superando il mezzo milione di pernottamenti annui. Più gente per le strade, meno gente nelle case. La città si riempie e si svuota allo stesso tempo.
L'Istat registra anche altro: l'età media è salita sopra i quarantasette anni, le nascite sono crollate del trentadue per cento, le attività commerciali storiche hanno chiuso in percentuali a due cifre mentre sono esplose le strutture ricettive extralberghiere. Sono dati, non giudizi. Ma i dati dicono sempre qualcosa, se si accetta di ascoltarli.
Quando i numeri mentono per omissione
Joseph Schumpeter parlava di distruzione creatrice: l'economia avanza distruggendo forme vecchie per crearne di nuove. Ma cosa accade quando c'è distruzione senza creazione? Quando il tessuto sociale si sfila senza che nulla lo sostituisca se non una presenza temporanea, stagionale, estrattiva? Schumpeter non lo diceva, ma lo si può vedere: si chiama sostituzione.
Cefalù negli ultimi dieci anni ha conosciuto questa dinamica. Le famiglie che per generazioni abitavano il centro storico se ne sono andate, non per scelta ma per necessità: affitti triplicati, case trasformate in bed and breakfast, prossimità diventata impossibile. Sono state sostituite da flussi. I flussi sono utili all'economia del breve termine, inutili alla comunità del tempo lungo. Amartya Sen lo ha scritto con chiarezza: lo sviluppo non è crescita del prodotto, è espansione delle capacità umane. Una città che perde residenti, scuole, relazioni, non si sviluppa. Si converte.
Il punto non è essere contro il turismo. Il punto è riconoscere che più gente in città non è automaticamente sinonimo di sviluppo. Può esserlo, certo, ma solo se quella presenza alimenta capacità locali, se genera lavoro stabile, se finanzia servizi per chi resta. Altrimenti è solo estrazione: si prende valore, lo si porta altrove, si lascia fatica.
La città che non riconosce più se stessa
Dieci anni sembrano pochi, ma per una città di quattordicimila abitanti sono un tempo geologico. Nel 2013 Cefalù aveva ancora tre librerie, due cinema, quattro edicole nel centro. Oggi ne resta una traccia. Al loro posto: keybox sulle porte, insegne in tre lingue, locali che aprono a marzo e chiudono a ottobre. Non è nostalgia, è contabilità. Una città si misura anche da quanti luoghi esistono per chi ci vive tutto l'anno, non solo per chi ci passa.
I dati demografici raccontano l'altra metà: saldo naturale negativo da dodici anni consecutivi, indice di vecchiaia al centottantadue per cento, rapporto tra under quattordici e over sessantacinque sempre più sbilanciato. Le scuole perdono classi, i servizi sanitari si riducono, i trasporti pubblici si diradano. Una città che invecchia non è solo una città con più anziani: è una città con meno futuro progettato.
Eppure le statistiche ufficiali continuano a parlare di successo. Record di presenze, incremento del PIL turistico, visibilità internazionale. Tutto vero. Ma parziale. Perché il successo di un luogo non si misura solo su chi lo attraversa, ma su chi ci resta. E su cosa trova, restando.
Il tempo lungo contro il tempo estrattivo
C'è un modo diverso di guardare questi dieci anni. Non come fallimento, non come tradimento, ma come scelta non consapevole. Cefalù non ha deciso di diventare questo: è scivolata, anno dopo anno, dentro una logica che sembrava l'unica possibile. La logica del flusso, del numero, della stagione. Quella che Jane Jacobs chiamava «economia delle città senza città».
Invertire richiede tempo lungo. Richiede politiche che pensano a vent'anni, non a una consiliatura. Richiede regole sull'uso del territorio, vincoli sulla conversione immobiliare, investimenti su chi resta e non solo su chi arriva. Richiede scegliere quale crescita si vuole: quella che si conta in presenze o quella che si conta in permanenze.
I numeri degli ultimi dieci anni non sono una condanna. Sono una mappa. Dicono dov'è andata la città, non dove deve andare. Cefalù può ancora decidere se essere un luogo o un passaggio. Ma deve deciderlo ora, prima che la sostituzione diventi totale.
Non è troppo tardi. Ma è tardi.