Ieri sera su Rai 1 è andato in onda Succede anche nelle migliori famiglie, il film scritto, diretto e interpretato da Alessandro Siani, uscito al cinema a fine 2023 e diventato uno dei titoli più visti delle feste di quell'anno. Cast importante: Cristiana Capotondi, Dino Abbrescia, Anna Galiena, Antonio Catania, Sebastiano Somma. Alcune scene sono state girate qui, in alcuni angoli del nostro centro storico e nei dintorni. Per quei giorni, nel 2023, la troupe aveva portato in città camion, riflettori, attori, comparse, un piccolo movimento di lavoro e di curiosità.
Ieri sera abbiamo rivisto, in mezzo alla commedia, scorci familiari. È stata una di quelle serate in cui chi vive qui ha detto ai bambini "guarda, quella è la nostra strada". Poi il film è finito, il telegiornale della notte ha mandato in onda altre notizie, e questa mattina Cefalù si è risvegliata esattamente quella di prima.
È proprio questo che vale la pena guardare in faccia, a freddo, il giorno dopo. Non il film, che è quello che è. Ma una domanda più larga, che riguarda noi: di tutta la lunga storia di Cefalù come set cinematografico, di tutti i registi che sono passati di qui, di tutte le produzioni che hanno scelto questi luoghi, cosa è rimasto sul territorio una volta che le troupe sono andate via?
Una città filmata, mai trasformata
Cefalù è uno dei posti più filmati del sud Italia. Lo è da decenni. Senza fare elenchi noiosi, basta ricordare che qui sono passati, in ordine sparso, alcuni dei film più visti della storia del cinema italiano recente e internazionale. Tornatore ha messo nella memoria collettiva il cinema Paradiso, che è un'immagine di Sicilia ormai mondiale. Più recentemente sono arrivate produzioni americane di grande visibilità, serie televisive con audience da milioni di spettatori, set che hanno occupato il porto, la piazza, la cattedrale, le strade del centro.
Cefalù è apparsa, riapparsa, è stata fotografata, esposta, distribuita. E nonostante questo, di tutta questa storia non ha quasi nessun segno tangibile sul territorio. Non c'è un museo del cinema. Non c'è un percorso ufficiale dei luoghi delle riprese. Non c'è una sala stabile per proiezioni, retrospettive, incontri. Non c'è una scuola di cinema, neppure una piccola. C'è tanto, in città. Ma niente di questo.
Le produzioni arrivano, girano, pagano, vanno via. Lasciano qualche bar contento per le consumazioni, qualche affitto per le settimane delle riprese, una manciata di comparse pagate per le giornate sul set. È poco, ed è soprattutto effimero. Identico, in scala più piccola, a quello che fa una stagione turistica: arriva, riempie, finisce. Niente di quello che resta cambia la struttura della città.
La differenza tra essere un set e essere una città di cinema
C'è una distinzione fondamentale che a Cefalù, finora, è stata ignorata. Essere un set è una condizione passiva: qualcuno arriva da fuori, sceglie te per il tuo bel volto, ti usa per qualche settimana, ti restituisce alla normalità. È una specie di prestito d'uso. Tu non hai voce in capitolo su cosa viene girato qui, su come viene raccontato, su cosa di te entra nell'immaginario di milioni di persone.
Essere una città di cinema è invece una condizione attiva. Vuol dire che il cinema fa parte del modo in cui la città si pensa, si racconta, si organizza, si forma. Vuol dire che ci sono persone che insegnano cinema qui, registi che si formano qui, ragazzi che possono immaginare di fare quel mestiere senza dover lasciare casa. Vuol dire che esiste un'infrastruttura culturale che intercetta le produzioni che arrivano e prova a trasformarle in qualcosa di duraturo, non in semplici eventi commerciali.
Cefalù come scenografia non basta
Il rischio è continuare nel modo in cui andiamo avanti da decenni. Cefalù viene scelta per la sua bellezza. Quella bellezza viene messa in immagini che girano il mondo. Quelle immagini portano qui turisti che vogliono vedere "il posto del film". Quei turisti producono economia per qualche mese all'anno. E così via, in un ciclo che si autoalimenta ma non costruisce nulla di duraturo.
Una città vale di più. Una città non è solo una scenografia: è un luogo in cui le persone vivono, lavorano, fanno scuola, fanno cultura, si formano. Se l'unica cosa che facciamo con il cinema è prestare i nostri muri ogni tanto a chi viene a girarli, non stiamo facendo cinema. Stiamo facendo affitto.
Ieri sera, mentre Siani recitava davanti ai nostri scorci, ci siamo guardati e abbiamo sorriso. Stamattina è giusto ricordarci di un'altra cosa, meno comoda. Il film passa, Cefalù resta. La domanda è cosa vogliamo che resti di Cefalù, nei prossimi vent'anni, dopo che saranno passate decine di altre produzioni come questa. Una città solo affittata, o una città che dal cinema avrà saputo costruirsi qualcosa di proprio.