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Non serve un VAR migliore, serve un VAR che le squadre possano chiamare quando vogliono

Da otto anni discutiamo di come rendere il VAR più affidabile. Manca la cosa più semplice: dare alle squadre il diritto di chiamarlo. Negli altri sport esiste, e funziona. Nel calcio è proibito, e nessuno spiega davvero perché.

Mario Macaluso · 02 May 2026 · 4 min di lettura
Non serve un VAR migliore, serve un VAR che le squadre possano chiamare quando vogliono

Da otto anni il calcio italiano discute del VAR. Lo abbiamo migliorato, lo abbiamo riformato, abbiamo aperto le sale audio, abbiamo cambiato i designatori. Ogni stagione ci viene presentata una nuova versione, e ogni stagione, dopo tre giornate, siamo punto e a capo. La discussione è esattamente la stessa di otto anni fa: l'arbitro ha visto, non ha visto, è stato chiamato, non è stato chiamato, perché sì, perché no.

Forse è venuto il momento di chiederci se non stiamo provando a sistemare la cosa sbagliata. Il problema del VAR non è la qualità della tecnologia. È chi decide di usarla. Finché quella decisione resta in mano agli arbitri, cambiarla in qualunque modo non cambierà niente.

Negli altri sport è normale, nel calcio è proibito

Nel tennis ogni giocatore ha tre challenge a set. Quando pensa che la palla sia stata chiamata male, alza il dito, e il sistema rivede. Nel volley succede uguale. Nella pallacanestro NBA gli allenatori hanno il diritto di chiedere il replay. Nel football americano è una delle azioni di gioco più riconoscibili: il coach getta in campo la sua bandierina rossa, e tutti si fermano. Nel cricket esiste da vent'anni. Nel rugby succede ogni partita.

In tutti questi sport il principio è lo stesso, e lo conosciamo tutti: chi è giudicato ha il diritto di chiedere una verifica. Non è un favore, non è un'eccezione: è una garanzia. Funziona da decenni, in discipline molto diverse tra loro, e nessuno sta più discutendo se sia giusto o no.

Nel calcio invece no. Nel calcio l'allenatore può solo applaudire, protestare, prendersi un'ammonizione e tornare in panchina. Il VAR esiste, sta lì in una stanza a Lissone, ma non lo può chiamare nessuno se non chi è già arbitro. È come avere il difensore d'ufficio nominato dall'accusa.

Perché la differenza è enorme

Quando il VAR lo decide solo l'arbitro, il sospetto resta sempre intatto. Se interviene, la squadra penalizzata dice "lo hanno chiamato apposta". Se non interviene, la squadra penalizzata dice "lo hanno tenuto fuori apposta". Comunque vada, l'arbitro è dentro la polemica fino al collo, perché l'arbitro è l'unico che decide quando accendere la luce e quando spegnerla.

Con la challenge cambia tutto. La luce la accendi tu. Se la squadra perde la challenge perché aveva torto, è un fatto suo: lo aveva chiesto, ha ricevuto risposta, fine. Se la squadra vince la challenge perché aveva ragione, l'errore arbitrale viene corretto in pubblico, davanti a tutti, e non c'è nessuna teoria del complotto da costruire. Il sospetto si spegne nel momento esatto in cui qualcuno ha avuto il diritto di parola.

Le obiezioni sono tutte deboli

Le obiezioni che si sentono sono tre, e nessuna regge davvero.

La prima dice: si fermerebbe troppo la partita. Falso. Negli altri sport non succede. Il football americano si ferma più del calcio già adesso, e nessuno si lamenta. Bastano due challenge a squadra per partita, e sai già che sono finite.

La seconda dice: nel calcio è tutto più fluido, le interruzioni rovinerebbero il ritmo. Curioso, perché il ritmo lo stiamo già rovinando con i recuperi da dieci minuti, le revisioni VAR di tre minuti decise dall'arbitro, le proteste, gli infortuni costruiti. Una challenge richiesta dalla squadra durerebbe meno di tutto questo, e almeno avrebbe una funzione chiara.

La terza dice: gli allenatori ne abuserebbero. Si risolve da sola: se ne hai due e le sprechi, hai chiuso. È così che funziona ovunque, ed è esattamente il meccanismo che impedisce gli abusi. Tre challenge nel set di tennis non hanno mai bloccato Wimbledon.

La verità è che fa paura a chi ha il potere

Le obiezioni vere non sono quelle ufficiali. Quella vera è che la challenge tira via potere agli arbitri. E quel potere, oggi, è il punto d'appoggio dell'intero sistema: designatori, classi arbitrali, gerarchie federali, rapporti con le società. Tutto si regge sul fatto che solo l'arbitro decide quando si guarda.

Restituire questa decisione alle squadre non è una piccola riforma tecnica. È un trasferimento di potere. Per questo non si fa, e per questo non si farà finché non lo imporrà un'altra federazione, un altro paese, un altro contesto. Nel frattempo continueremo a discutere di chi era a Lissone, di chi non ha chiamato chi, di cosa ha visto e non ha visto. Cioè delle stesse cose di otto anni fa.

La cosa strana è che la soluzione esiste, è in atto in mezzo mondo, e ha funzionato ovunque. Solo non si può dire ad alta voce nel posto in cui servirebbe di più.

Mario Macaluso

Mario Macaluso

Scrittore, blogger e founder del Festival del Cinema di Cefalù. Laureato in Filosofia con studi in Teologia. Scrivo per comprendere il tempo che viviamo, raccontando luoghi, persone e storie che meritano attenzione.

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