Ci penso spesso, soprattutto quando rallento. Quando smetto di correre dietro alle cose da fare, ai messaggi da rispondere, alle scadenze che sembrano sempre più urgenti di me. È lì che mi accorgo di una cosa semplice e un po’ scomoda: abbiamo disimparato a stare. Non a fare, non a produrre, non a dimostrare. A stare. Punto.
Stare in una stanza senza controllare il telefono.
Stare in una conversazione senza pensare già a cosa rispondere.
Stare in un silenzio senza sentirci in colpa.
Io per primo. Non mi tiro fuori. Anzi, spesso mi riconosco in quella specie di irrequietezza elegante che chiamiamo “attività”, ma che in realtà è solo paura di fermarsi. Perché quando ti fermi, succede qualcosa di strano: inizi a sentire. E sentire, diciamolo, non è sempre comodo.
Ricordo una sera d’estate, tanti anni fa. Ero seduto su un muretto, senza programma, senza agenda, senza “poi devo fare”. Avevo finito tutto. O forse non avevo niente da finire. Il mare davanti, le luci poche, il tempo largo. A un certo punto mi sono accorto che non stavo aspettando nulla. Né una chiamata, né un’idea brillante, né una conferma. Stavo lì. E basta. È durata poco, forse dieci minuti. Ma ancora oggi me la porto addosso come una piccola rivoluzione privata.
Oggi quei dieci minuti sembrano un lusso. O peggio: una perdita di tempo.
Viviamo dentro un paradosso curioso. Parliamo continuamente di benessere, di equilibrio, di qualità della vita. Poi però ci comportiamo come se ogni attimo dovesse essere riempito, sfruttato, monetizzato. Anche il riposo deve “servire a qualcosa”. Anche il silenzio deve essere produttivo. Se mediti, è per performare meglio. Se cammini, è per contare i passi. Se leggi, è per migliorarti. Mai, quasi mai, per il semplice fatto che ti va.
E qui mi fermo e te lo chiedo davvero, senza retorica: quando è stata l’ultima volta che hai fatto qualcosa senza uno scopo?
Non per crescere, non per guarire, non per imparare. Solo perché in quel momento era giusto farlo.
Io me ne accorgo da come reagisco quando non succede niente. Se mi innervosisco, se mi agito, se cerco subito uno stimolo. È un termometro infallibile. Il vuoto ci mette a disagio perché ci toglie le scuse. Nel vuoto non puoi dare la colpa al rumore. Resti tu. E non sempre ti piaci.
Eppure, paradossalmente, è lì che succedono le cose vere. Non quelle rumorose, non quelle da condividere subito. Quelle che lavorano piano. Le idee che arrivano senza avviso. Le domande che non cercano risposta. Le ferite che, finalmente, smettono di sanguinare perché non le stai più toccando.
Mi capita spesso di pensare che abbiamo scambiato la velocità per profondità. Più vai veloce, più ti sembra di vivere intensamente. Ma è un’illusione. La profondità ha un altro passo. È lenta. A volte scomoda. Richiede pazienza. E soprattutto richiede fiducia: fiducia nel fatto che non tutto debba accadere subito.
Guarda come trattiamo il tempo. Lo tagliamo a fette, lo misuriamo, lo ottimizziamo. E poi ci lamentiamo che scappa. Forse non scappa. Forse siamo noi che non sappiamo più abitarlo. Il tempo non è un nemico. È uno spazio. Ma se lo riempi fino all’orlo, non resta posto per te.
C’è una frase che mi torna spesso in mente, senza autore preciso, come le cose vere: “Non è il troppo fare che stanca, è il fare senza senso.” Ed è così. Puoi fare mille cose, se senti che ti appartengono non pesano. Ma basta una sola cosa fatta contro te stesso per svuotarti.
E qui tocchiamo un nervo scoperto. Perché dire di no è diventato difficilissimo. No a un invito, no a un progetto, no a un’aspettativa. Ci hanno convinti che dire no significhi perdere occasioni. In realtà, spesso, significa salvarsi spazio. Spazio mentale, emotivo, umano.
Non tutto merita il tuo tempo. Non tutto merita la tua attenzione. E soprattutto, non tutto merita la tua presenza.
Lo so, non è un discorso comodo. Viviamo in un’epoca che premia chi si espone sempre, chi è ovunque, chi dice sì a tutto. Ma a che prezzo? Quante volte ti sei trovato in un posto, con persone, a fare cose, mentre una parte di te era già altrove? Quella parte lì è il segnale. Non va zittita. Va ascoltata.
A me capita quando scrivo troppo in fretta. Quando le parole escono lisce, corrette, ma vuote. Allora mi fermo. Chiudo. Esco. Faccio altro. Perdo tempo, apparentemente. In realtà lo sto recuperando.
Forse la vera rivoluzione oggi non è fare di più. È fare meno, ma meglio. Non vivere meno, ma vivere con più presenza. Tornare a sentire il peso specifico delle cose. Delle persone. Delle parole.
E allora ti lascio con una provocazione gentile, di quelle che non fanno rumore ma restano. Prova, nei prossimi giorni, a difendere uno spazio inutile. Inutile davvero. Dieci minuti. Un quarto d’ora. Senza scopo. Senza schermo. Senza dover raccontare a nessuno cosa hai fatto.
Stai. Respira. Guarda. Ascolta.
Non cambierà il mondo.
Ma, forse, cambierà il modo in cui stai dentro il tuo.
E a volte basta questo, no?



