Mario Macaluso

Ascoltarsi è un atto politico: Cefalù e il senso del vivere insieme

Ascoltarsi è un atto politico, non perché alzi la voce ma perché la abbassa. Non è un gesto gentile, è una scelta esigente. Non nasce per intrattenere, nasce per tenere insieme. In una città come Cefalù, dove il calendario degli eventi rischia talvolta di sostituire il tempo delle relazioni, l’ascolto diventa la misura più autentica della comunità. Non è l’evento a generare legami, è il riconoscimento reciproco che avviene quando qualcuno smette di parlare e decide di capire. L’ascolto non produce applausi, ma continuità. Non lascia fotografie, ma memoria. E soprattutto non crea consenso immediato: crea responsabilità condivisa. Una comunità che ascolta non è più rapida, è più solida. Non è più visibile, è più vera.

In Sicilia si organizzano ogni anno migliaia di eventi culturali, religiosi, turistici. I dati regionali parlano di una crescita costante di iniziative, patrocini, rassegne, spesso concentrate nei mesi estivi. Ma accanto a questa vivacità, le indagini sulla partecipazione civica mostrano un altro volto: solo una minoranza stabile di cittadini prende parte ai processi decisionali, alle assemblee, ai momenti di confronto non spettacolari. È qui che il dato diventa umano. L’evento attrae, l’ascolto coinvolge. L’uno consuma presenza, l’altro costruisce appartenenza. A Cefalù questo scarto si sente: una città piena di voci, ma non sempre capace di fermarsi per ascoltarsi. L’ascolto richiede tempo, accetta il conflitto, sopporta l’incompletezza. È una pratica lenta, e proprio per questo fondativa.

Se allarghiamo lo sguardo al tempo lungo, scopriamo che le comunità che hanno resistito non sono state quelle più rumorose, ma quelle capaci di custodire parole e silenzi. Le confraternite, le parrocchie, le associazioni storiche, i luoghi educativi non sono nati da un evento inaugurale, ma da un’abitudine all’incontro. L’ascolto era la loro infrastruttura invisibile. Oggi questa infrastruttura è fragile. La velocità della comunicazione ha ridotto lo spazio del discernimento. Parlare è diventato facile, ascoltare è diventato raro. Eppure è proprio qui che si gioca una responsabilità collettiva: recuperare l’ascolto come gesto civico, come forma di cura reciproca, come antidoto alla frammentazione. Non per tornare indietro, ma per andare più a fondo.

Ascoltarsi, in una città, significa accettare che non tutte le voci coincidano, che il bene comune non sia una somma di interessi ma una tensione condivisa. Significa riconoscere chi resta ai margini degli eventi, chi non ha palco né microfono, chi vive il quotidiano senza visibilità. È un atto politico perché ridisegna le priorità: meno spettacolo, più attenzione; meno narrazione di sé, più responsabilità verso l’altro. Cefalù non ha bisogno solo di eventi riusciti, ma di luoghi di ascolto stabili, attraversabili, affidabili. Spazi dove la parola non serva a vincere, ma a comprendere. Dove la comunità non si celebri, ma si eserciti. Perché una città che sa ascoltarsi non è solo più giusta: è più capace di futuro.

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