Mario Macaluso

Bastoni sbaglia e ammette: chi ha fatto della simulazione un’arte oggi si scopre giudice

Bastoni e il coraggio delle scuse non è la cronaca di una caduta accentuata, è la misura di una differenza morale. Non è il contatto esagerato, è la parola pronunciata dopo. Quando Alessandro Bastoni ha ammesso, a distanza di quarantotto ore, di aver enfatizzato il contatto per ottenere un vantaggio, ha compiuto un gesto raro: ha separato l’agonismo dalla responsabilità. In un calcio dove spesso si nega, si minimizza o si sposta il discorso, scegliere di dire “ho sbagliato” è un atto di maturità pubblica. Il dato è concreto: oltre 300 partite da professionista, un episodio riconosciuto, una richiesta di scuse esplicita. Attorno a quell’episodio, però, si è scatenata una reazione sproporzionata, culminata in insulti e minacce rivolti anche alla sua famiglia. Qui il campo finisce e inizia la gogna. E allora la domanda non è solo se abbia sbagliato, ma perché l’errore ammesso diventi scandalo assoluto mentre altri episodi, ben più gravi per impatto sportivo, non hanno mai prodotto autocritica pubblica.

Bastoni e il coraggio delle scuse obbligano a una memoria più onesta. Nella cronaca calcistica non risultano casi in cui protagonisti di simulazioni decisive abbiano chiesto scusa con la stessa chiarezza. Il 26 aprile 1998, nel derby d’Italia, l’arbitro Ceccarini non concesse il rigore per l’intervento di Iuliano su Ronaldo; l’episodio segnò una stagione e un’epoca. Nel 2018, in Inter-Juventus 2-3, il mancato secondo giallo a Pjanic dopo un intervento durissimo su Raphinha risultò determinante nella corsa scudetto. Nel 2021, in Juventus-Inter 3-2, un rigore discusso su Cuadrado al 90’ pesò sulla qualificazione Champions. Nel 2023, il gol di Kostic convalidato tra polemiche per presunti tocchi di mano riaccese tensioni mai sopite. In questi casi la discussione si concentrò sugli arbitri, sul VAR, sui sistemi. Raramente – per non dire mai – si è assistito a un calciatore che, a freddo, abbia dichiarato pubblicamente di aver accentuato un contatto o beneficiato consapevolmente di un errore chiedendo scusa. La differenza non è nel fatto che un episodio sia esistito, ma nel modo in cui viene affrontato.

La memoria selettiva alimenta il moralismo. Chi negli anni ha tratto vantaggio da cadute strategiche o contatti enfatizzati oggi si indigna come se il passato fosse neutro. Il calcio è storia lunga, non frammento isolato. Se si decide che la simulazione è un male assoluto, allora la coerenza dovrebbe valere per tutti, ieri come oggi. Invece accade il contrario: l’episodio del presente viene amplificato, il passato viene relativizzato. Bastoni e il coraggio delle scuse mettono in crisi questo schema. Perché l’autocritica sposta il baricentro: toglie al dibattito la possibilità di trasformarsi in caccia alle streghe. L’errore resta, la sanzione sportiva resta, ma la dimensione umana viene riconosciuta. E riconoscere l’umanità significa accettare che si possa sbagliare senza essere marchiati per sempre.

C’è poi un limite che non dovrebbe mai essere superato: quello che separa il giudizio sportivo dall’aggressione personale. Le minacce rivolte a familiari e arbitri mostrano quanto fragile sia diventato l’equilibrio collettivo. La responsabilità non è solo di chi gioca, ma di chi commenta, amplifica, incendia. Se un calciatore ammette l’eccesso, il compito della comunità dovrebbe essere quello di ristabilire proporzione, non di moltiplicare l’odio. La storia del calcio è attraversata da errori arbitrali, simulazioni, rigori discussi, episodi controversi che hanno deciso campionati. Ciò che raramente si è visto è una richiesta di scuse chiara e diretta. Questo non assolve nessuno, ma distingue.

Nel tempo lungo ciò che resta non è la caduta, ma la postura morale. Bastoni e il coraggio delle scuse indicano una via adulta: riconoscere l’errore senza negarlo, accettarne le conseguenze senza trasformarlo in battaglia ideologica. Se il calcio vuole crescere, deve coltivare memoria e misura. Perché l’indignazione selettiva consuma credibilità, mentre la coerenza la costruisce. E forse il vero nodo non è chi è caduto una volta di troppo, ma chi non ha mai sentito il bisogno di dire semplicemente: ho sbagliato.

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