Per cento anni il calcio italiano ha avuto tre soggetti veri. Le società, che lo organizzavano. I giocatori, che lo facevano. Il pubblico, che lo riconosceva. L'arbitro era il quarto, il neutrale, quello che doveva far rispettare le regole senza imporre nulla. Era un servitore della partita, non il suo padrone.
Quel rapporto si è rotto. Lentamente, in venti o trent'anni, e oggi possiamo dirlo senza esagerare: il calcio italiano non è più nelle mani di chi lo gioca. È nelle mani di chi lo giudica. La cosa più strana è che il VAR, che doveva correggere questo squilibrio, lo ha invece sigillato dentro una stanza con i monitor accesi.
Lo stesso fallo, due decisioni opposte
Ce ne accorgiamo ogni domenica. Lo stesso identico fallo di mano in area: un arbitro lo fischia, un altro lo lascia correre. Stessa azione, stessa traiettoria del pallone, stessa distanza, stesso braccio. Decisione opposta. Una volta avevamo una giustificazione: in un decimo di secondo, l'arbitro poteva non aver visto bene. Era una giustificazione comprensibile, anche se irritante.
Adesso quella giustificazione non vale più. Adesso ogni episodio dubbio passa al rallentatore in una sala di Lissone, dove cinque persone lo guardano per due minuti da otto angolazioni diverse. E nonostante questo, gli errori sono più numerosi di prima, non meno. Come è possibile?
È possibile perché il VAR non è uno strumento di verità. È uno strumento di potere. E il potere non si distribuisce: si concentra.
Il VAR doveva controllare gli arbitri. Li ha protetti
L'idea iniziale era nobile. C'è la tecnologia, usiamola. Se l'arbitro sbaglia, qualcuno dietro le quinte glielo dice e l'errore si corregge. Sembrava lineare. Era lineare.
Quello che è successo nei fatti è il contrario. Il VAR è rimasto chiuso dentro la categoria arbitrale. Non lo possono chiamare le squadre. Non lo possono invocare i giocatori. Non lo può chiedere il pubblico. Lo decide solo chi è già arbitro, sulla base di criteri che cambiano da partita a partita, da designatore a designatore, e che non sono trasparenti per nessuno.
Il risultato è che lo stesso identico episodio — un fallo di mano, un contatto in area, un fuorigioco di pochi centimetri — può essere chiamato al VAR oppure no, a seconda di chi è di turno quel pomeriggio. Prima il dubbio era "lo ha visto?". Adesso il dubbio è "perché ha deciso di non guardarlo?". Il sospetto non è scomparso: è migrato di stanza. E si è fatto più sofisticato, più difficile da smontare.
Restituire il calcio ai suoi soggetti
La domanda che bisogna porsi è scomoda ma semplice. A chi appartiene una partita di calcio? A chi paga il biglietto, a chi compra l'abbonamento, a chi indossa la maglia, a chi mette i soldi nella società? Oppure ai cinque uomini che la giudicano da una stanza chiusa?
Per come stanno le cose oggi, la risposta è la seconda. E questa risposta è insostenibile, perché contraddice la natura stessa dello sport. Uno sport in cui i protagonisti non hanno voce non è più uno sport: è un processo televisivo travestito da partita.
Per restituire il calcio ai suoi soggetti la strada non è cancellare il VAR, sarebbe un passo indietro. La strada è togliere il VAR all'esclusivo controllo arbitrale e darlo, almeno in parte, alle squadre. Negli altri sport esiste, lo abbiamo visto: in tennis, in NBA, in NFL, in pallavolo. Si chiama challenge. Ogni squadra ha un numero limitato di richieste a partita. Le usa quando ritiene che qualcosa non sia stato visto. Se ha ragione, l'errore si corregge. Se ha torto, perde la chiamata.
È un meccanismo elementare. Funziona ovunque. Non blocca le partite, non genera caos. Soprattutto, fa una cosa che oggi nel calcio italiano è quasi rivoluzionaria: ridà la parola a chi gioca.
Perché non si fa
Non si fa per la stessa ragione per cui non si è mai fatto il sorteggio delle designazioni. Perché toglierebbe potere a un sistema che oggi vive di quel potere. La centralità degli arbitri non è un effetto collaterale: è il punto d'appoggio dell'intero sistema federale italiano. Toglierla significa rivedere tutto, dalle gerarchie alle nomine, dai rapporti con le società alle pressioni politiche.
È più facile lasciare le cose come stanno e raccontare ogni anno che il VAR funzionerà meglio. Non funzionerà meglio. Non finché resterà un'arma in mano a chi è già la parte più forte del sistema.
Una partita di calcio non è una sentenza. Bisogna solo ricordarselo.