Mario Macaluso

Cefalù non è un’immagine da consumare, è una comunità da curare

Cefalù non è un’immagine da consumare, è una comunità da curare. Non è un fondale immobile da scorrere con il pollice, è un organismo vivo che chiede attenzione, misura, responsabilità. La bellezza qui non è un fatto ornamentale, ma una condizione fragile che regge solo se sostenuta da scelte coerenti. Basta osservare i flussi: in alta stagione la popolazione presente raddoppia, in alcune settimane triplica, mentre i servizi restano quelli di una città piccola. Il dato non è neutro. Significa strade più stressate, rifiuti in eccesso, acqua ed energia sotto pressione, affitti che salgono e spingono fuori i residenti. Dietro le cifre ci sono volti: anziani che evitano il centro, famiglie che rinunciano a restare, lavoratori stagionali senza tutele. La bellezza, quando è consumata, lascia scarti; quando è curata, genera legami. È qui che si gioca la differenza tra una città che si guarda e una città che si abita.

Curare una comunità significa accettare il tempo lungo. Cefalù è stratificazione: pietra su pietra, mestiere su mestiere, memoria che si trasmette senza proclami. La responsabilità non nasce da un divieto, ma da una visione condivisa. Un esempio concreto: la gestione dei rifiuti. Quando la raccolta differenziata funziona, non è solo un successo ambientale; è un gesto di rispetto reciproco. Riduce i costi, migliora il decoro, restituisce dignità agli spazi comuni. Ma soprattutto educa allo sguardo: ciò che gettiamo non scompare, torna sotto altre forme. Lo stesso vale per l’uso dello spazio pubblico. Tavolini, dehors, flussi pedonali non sono dettagli amministrativi; sono il modo in cui una città racconta a se stessa chi ha diritto di stare e come. Ogni scelta urbanistica produce effetti umani. La cura non è un’astrazione morale, è un mestiere quotidiano.

Nel tempo lungo, le città che hanno resistito sono quelle che hanno saputo dire dei no per custodire dei sì. Non al sovraffollamento senza regole, sì all’ospitalità misurata. Non alla rendita immediata che svuota, sì all’economia che resta. Cefalù ha conosciuto fasi di abbandono e di rinascita; ha imparato che la bellezza non si difende con la nostalgia, ma con il discernimento. La memoria non è un museo chiuso, è una bussola. Ricorda che ogni scelta lascia tracce: una facciata rispettata o snaturata, un mestiere trasmesso o perso, un giovane che resta o parte. In questo senso, il turismo è una relazione, non un prelievo. Quando diventa relazione, genera rispetto e ritorno; quando diventa consumo, produce desertificazione sociale. La responsabilità collettiva è l’arte di mantenere aperta la relazione.

C’è poi una dimensione spesso trascurata: la responsabilità del racconto. Come parliamo di Cefalù orienta come la viviamo. Se la riduciamo a icona, incoraggiamo comportamenti predatori; se la raccontiamo come comunità, invitiamo alla cura. Le parole creano aspettative, le aspettative creano pratiche. Un dato semplice lo dimostra: dove si investe in informazione civica, in segnaletica chiara, in educazione diffusa, diminuiscono i conflitti e aumenta il rispetto delle regole. Non è pedagogia astratta, è infrastruttura invisibile. Raccontare la città significa assumersi la responsabilità di non semplificare, di tenere insieme bellezza e fatica, economia e diritti, presente e futuro. È un patto narrativo prima ancora che amministrativo.

Alla fine, la cura è una scelta che riguarda tutti. Amministratori, operatori, residenti, visitatori. Ognuno con un margine di azione, nessuno senza responsabilità. Cefalù non chiede eroismi, chiede coerenza: piccoli gesti ripetuti che, nel tempo, costruiscono fiducia. Curare una comunità significa scegliere di appartenere, anche quando è scomodo; significa rinunciare a qualcosa oggi per avere una città domani. Non è un sacrificio, è un investimento di senso. La bellezza, quando è condivisa, diventa futuro. Quando è consumata, si esaurisce. Sta a noi decidere da che parte stare.

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