Cefalù non sarà adulta finché confonderà l’orgoglio con il silenzio. Non è una mancanza di amore verso la città, è il contrario: è la forma più esigente di cura. Perché l’orgoglio che non si interroga diventa difesa automatica, e il silenzio che lo accompagna non è pace ma rimozione. Una città matura non è quella che si sente sempre dalla parte giusta, ma quella che accetta di sostare nella domanda, anche quando la domanda incrina l’immagine che si è costruita. Cefalù ha imparato a raccontarsi molto bene, forse troppo. Sa mostrarsi, sa attrarre, sa essere desiderabile. Ma la maturità non coincide con la capacità di piacere. Coincide con la capacità di discernere. E discernere significa fermarsi, guardare ciò che non funziona, nominare ciò che pesa, assumere ciò che è scomodo. Il passaggio dall’adolescenza civica all’età adulta non avviene con un evento, né con un riconoscimento esterno. Avviene quando una comunità smette di reagire e inizia a interrogarsi. Non “chi ci attacca”, ma “che cosa stiamo diventando”. Non “chi ha colpa”, ma “che responsabilità abbiamo in comune”.
Un dato semplice aiuta a rendere concreta questa riflessione. Negli ultimi vent’anni Cefalù ha perso residenti stabili mentre ha aumentato presenze temporanee. Non è solo una dinamica demografica: è una trasformazione antropologica. Meno famiglie che restano, più persone che passano. Meno relazioni lunghe, più consumi rapidi. Dietro i numeri ci sono volti, abitudini, solitudini nuove. C’è il negozio che chiude d’inverno, il quartiere che si svuota, la scuola che fatica a mantenere sezioni. E c’è, dall’altra parte, l’euforia stagionale che anestetizza le domande. La maturità urbana comincia quando si collega il dato alla vita quotidiana, quando si riconosce che non tutto ciò che porta reddito costruisce comunità. Interrogarsi non significa dire “abbiamo sbagliato tutto”, ma chiedersi se la direzione è ancora quella desiderata. Una città adulta non nega il cambiamento, ma lo governa. Non subisce i processi, li orienta. E per orientarli serve una visione condivisa, non una somma di interessi che non si parlano.
Lo sguardo lungo insegna che le città che durano sono quelle che hanno saputo attraversare crisi di senso senza coprirle di retorica. La storia urbana è fatta di cicli, di adattamenti, di scelte che producono effetti a distanza di decenni. Cefalù ha attraversato epoche diverse, ha cambiato pelle più volte, ha conosciuto fasi di marginalità e di centralità. Oggi vive una centralità fragile, fondata più sull’immagine che sulla struttura. È qui che l’interrogarsi diventa responsabilità verso il futuro. Non basta conservare ciò che è stato, bisogna decidere che cosa si vuole essere. Che tipo di lavoro si vuole generare. Che tipo di abitare si vuole rendere possibile. Che tipo di spazio pubblico si vuole coltivare. Le domande che non facciamo oggi diventano problemi domani. E i problemi non affrontati si trasmettono come eredità involontarie a chi verrà dopo.
Confondere l’orgoglio con il silenzio è una tentazione comprensibile. Difendere la propria città da critiche percepite come ostili sembra un gesto di lealtà. Ma una comunità cresce quando distingue tra attacco e interrogazione. Chi ama davvero un luogo non lo idealizza, lo accompagna. Non lo mette sotto vetro, lo rende abitabile. La maturità civica nasce quando il dissenso non è vissuto come tradimento, ma come contributo. Quando le domande non vengono archiviate come lamentele, ma riconosciute come segnali. È un cambio di postura profondo: dall’autodifesa alla corresponsabilità. Dalla reazione all’ascolto. Dalla nostalgia all’immaginazione. Non è un percorso comodo, perché chiede di rinunciare a certezze facili. Ma è l’unico che permette a una città di non consumarsi nel presente.
Cefalù non sarà adulta finché penserà che interrogarsi significhi indebolirsi. In realtà è il contrario: interrogarsi è un atto di forza collettiva. È dire che il bene comune vale più della tranquillità momentanea. È riconoscere che il tempo lungo chiede scelte lunghe, e che la bellezza, da sola, non regge una comunità. Serve cura, visione, capacità di dire “non lo sappiamo ancora, ma vogliamo capirlo insieme”. Una città matura non ha tutte le risposte, ma sa quali domande non può più rimandare. E sa farle ad alta voce, senza paura di ascoltare le risposte che arrivano. È da qui che passa il futuro condiviso.



