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Cosa significa essere stati raccontati male: una pagina scomoda nella biografia di Cefalù

Mario Macaluso · 27 April 2026 · 6 min di lettura
Cosa significa essere stati raccontati male: una pagina scomoda nella biografia di Cefalù

Non è il riconoscimento che fa una città, è il modo in cui essa attraversa l'incomprensione. Cefalù, prima di diventare la cittadina dell'anima raccontata da Vincenzo Consolo, era stata raccontata male. Lo era stata in un romanzo italiano dell'Ottocento che ebbe enorme successo, fu tradotto in più lingue, divenne film con Vittorio Gassman e Sarah Ferrati. Un romanzo che dipingeva Cefalù come pena, come minaccia, come destino indesiderabile. Si chiama Daniele Cortis, lo scrisse Antonio Fogazzaro nel 1885, e per chi ama Cefalù davvero è un libro che vale la pena conoscere — proprio perché disturba.

La minaccia di un nome

Nel romanzo, il barone Carmine Di Santa Giulia, siciliano dissoluto e indebitato fino al collo, ricatta la moglie Elena con una frase che oggi suona quasi grottesca: «o Cefalù o denaro». Se la famiglia di lei non gli pagherà i debiti di gioco, lui la "esilierà" nelle sue tenute cefaludesi, lì dove la rinchiuderà — sono parole sue — «per tutti i sempiterni secoli».

Cefalù, nelle pagine di Fogazzaro, non è un luogo: è un'arma. È la pena sospesa sul capo di una nobildonna veneta come una spada. È un nome che, pronunciato, spaventa. È l'opposto di tutto ciò che la borghesia colta del Nord post-unitario riconosceva come civiltà: lontano dalla Mitteleuropa, lontano da Roma, lontano perfino dai centri culturali della Sicilia che già allora godevano di prestigio — Palermo, Catania, Messina. Cefalù è la provincia profonda, l'estremo sud del sud, la dimenticanza geografica.

Quando Elena finisce davvero per recarsi a Cefalù — in parte per allontanarsi dal cugino di cui è innamorata — Fogazzaro descrive la sua vita lì come «la più misera vita del mondo». Una donna che si affaccia ogni giorno sul mare non per ammirarne il colore, ma per piangere senza essere vista. Quel mare che oggi i visitatori cercano da ogni parte del mondo, per Elena è lo sfondo perfetto della solitudine.

Lo scrittore che non aveva mai visto la città

C'è un dettaglio che cambia tutto. Antonio Fogazzaro non era mai stato a Cefalù. Mai. Non aveva camminato sul lungomare, non aveva alzato gli occhi verso la Rocca, non aveva attraversato il Corso Ruggero. La sua Cefalù era costruita su letture, descrizioni di viaggio, conversazioni con conoscenti meridionalisti. Eppure i lettori italiani di fine Ottocento — borghesi, colti, lettori di romanzi — si formarono un'idea della cittadina siciliana attraverso quelle pagine. Generazioni di italiani conobbero Cefalù, prima ancora che attraverso Consolo, attraverso un esilio sentimentale immaginato da uno scrittore veneto che non l'aveva mai vista.

È una sorte che molti luoghi del Sud hanno conosciuto: essere descritti senza essere conosciuti. Essere usati come scenografia di un dolore altrui. Essere ridotti a metafora di lontananza, a sinonimo di confino, a sfondo di una solitudine che non appartiene a chi ci abita ma a chi viene rinchiuso lì contro la propria volontà. Per la cultura ottocentesca italiana, la Sicilia era ancora terra dell'altrove, della "questione meridionale" documentata da Sonnino e Franchetti nei loro celebri reportage del 1876. Una nobildonna veneta in Sicilia viveva un'esistenza quasi coloniale: lontana dai propri riferimenti, isolata, circondata da una popolazione di cui non capiva né la lingua né le abitudini. Fogazzaro sceglie Cefalù come emblema di questa condizione di sradicamento. Non per malanimo — non aveva motivo di averne — ma perché Cefalù gli appariva come l'estremo opposto del suo mondo.

Essere stati raccontati male, in fondo, significa questo: essere stati usati come simbolo da chi non ti conosceva, e da chi non aveva bisogno di conoscerti per costruire la propria narrazione.

Il diritto a non essere ridotti a metafora

C'è una domanda che vale la pena porsi. Cosa fa una città quando si scopre raccontata in un modo che non le somiglia? Quando scopre che, in un grande romanzo di successo, il suo nome è una minaccia? Quando legge che una donna immaginaria, ma vissuta nelle menti di migliaia di lettori, andava al suo balcone «per piangere, secondo il solito»?

Le possibilità sono due. La prima è il risentimento: indignarsi, rivendicare, contestare. La seconda è più difficile e più matura. È riconoscere che quella pagina — per quanto scomoda — è anche una pagina vera. Non vera nel senso che Cefalù fosse davvero una pena: vera nel senso che dice qualcosa di reale sull'Italia di quegli anni, sulla percezione del Sud, sulla geografia mentale di un'epoca. È un documento, prima ancora di essere un giudizio. E come documento, va letto con attenzione, non con offesa.

C'è qualcosa di profondamente sano in questa seconda postura. Chi sa di essere stato raccontato male non ha bisogno di cancellare quel racconto: ha bisogno di superarlo. Ha bisogno di costruire, accanto e oltre, un proprio racconto. È quello che Cefalù ha fatto, anche senza volerlo, attraverso il tempo. Tra Fogazzaro e Consolo passano novantun anni esatti. Il primo dipinge Cefalù come luogo del confino sentimentale; il secondo, nel Sorriso dell'ignoto marinaio, ne fa il centro morale della letteratura siciliana del Novecento. Pochi luoghi italiani conoscono una metamorfosi letteraria così vertiginosa.

La piccola «spianata dove passa la ferrovia» davanti alla quale Elena Carrer piangeva al tramonto è oggi uno dei panorami che i visitatori di tutto il mondo cercano. La stessa città che Fogazzaro vedeva come una pena è diventata, un secolo dopo, la patria di un sorriso enigmatico in cui generazioni di lettori cercano la propria immagine. Non è successo per caso. È successo perché Cefalù ha continuato a essere, mentre veniva raccontata male.

La pazienza dei luoghi

Forse è qui il punto. I luoghi hanno una pazienza che le persone non sempre hanno. Cefalù ha lasciato che gli scrittori la attraversassero con i loro pregiudizi e le loro emozioni, attendendo il proprio momento. Quando quel momento è arrivato, ha trovato un romanziere — Consolo — capace di restituirle la profondità che un altro romanziere — Fogazzaro — non aveva voluto vedere.

Le due pagine, in fondo, si tengono. Sono i due volti di un unico sguardo: prima la lontananza, poi il riconoscimento. E per chi ama Cefalù davvero, leggere oggi il romanzo del 1885 non è un esercizio di rivendicazione. È un esercizio di memoria. Ricordarsi da dove si veniva, prima di scoprirsi una cittadina dell'anima. Ricordarsi che il riconoscimento non era scontato, che è stato conquistato lentamente, attraverso un secolo di lavoro silenzioso fatto di pietre, di volti, di parole, di sguardi che hanno imparato a vedersi.

Essere stati raccontati male è una ferita che, se attraversata bene, diventa consapevolezza. Cefalù lo ha fatto. E forse è proprio questa la prova più profonda della sua identità: non avere bisogno di cancellare la pagina di Fogazzaro per essere quello che è oggi. Tenerla, anzi. Conservarla come si conservano le cicatrici belle, quelle che dicono di un passaggio difficile che è stato compiuto fino in fondo.

Una città che sa di essere stata fraintesa, e che non se ne offende più, è una città che ha trovato la propria voce.

Mario Macaluso

Mario Macaluso

Scrittore, blogger e founder del Festival del Cinema di Cefalù. Laureato in Filosofia con studi in Teologia. Scrivo per comprendere il tempo che viviamo, raccontando luoghi, persone e storie che meritano attenzione.

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