C'è un vecchio principio, nei manuali dei truffatori più abili, che vale la pena ricordare: il furto migliore non è quello che resta nascosto, è quello che la vittima stessa finisce per giustificare. Il colpo davvero perfetto non è invisibile. È il contrario. È visibile a tutti, e tuttavia nessuno lo chiama con il suo nome.
Provate a immaginarlo così.
Una sera, in una piazza qualunque, un uomo viene derubato del portafoglio. Lo spintone è netto, gli occhi del ladro pure. L'uomo cade, si rialza, prova a inseguirlo. Ma intorno a lui, in pochi minuti, comincia a circolare una voce. Una voce strana, che nessuno ha verificato e che però tutti ripetono. La voce dice che quell'uomo, quel portafoglio, non lo aveva davvero. Che forse lo ha perso. Che forse, addirittura, era complice di chi glielo ha preso.
Passano i giorni e la voce si fa solida. I giornali la riprendono. I bar la masticano. Gli amici cominciano a guardarlo con un mezzo sorriso. L'uomo cerca di spiegare cosa è successo, ma più spiega più la voce cresce, perché la sua difesa diventa la prova che ha qualcosa da nascondere. Alla fine non si parla più del ladro. Si parla solo di lui. Della sua presunta colpa. Del suo presunto inganno. Il portafoglio non torna, e in più si ritrova addosso un'ombra che prima non aveva.
Questo è il furto perfetto.
Non c'è bisogno di nascondere il colpo, perché il colpo viene riscritto. Non serve coprire le tracce, perché le tracce vengono attribuite alla vittima. Il ladro può anche restare in piazza, a fumare tranquillo, mentre intorno tutti discutono se davvero ci fosse un portafoglio, e di chi fosse, e perché si trovasse lì.
È un meccanismo antico. Lo conoscono i tribunali quando trattano i casi più difficili, quelli in cui chi ha subito un torto si trova a doversi difendere più dell'autore del torto. Lo conoscono certi processi mediatici, in cui l'accusato esce assolto ma per sempre marchiato, e l'accusatore resta limpido anche quando le accuse cadono una a una. Lo conosce bene la storia del Novecento, che ha visto interi popoli convinti di essere il problema da cui erano stati colpiti.
E lo sta conoscendo, in queste settimane, anche il calcio italiano.
Non è un dettaglio sportivo. È un caso da manuale del meccanismo che ho appena descritto. Una squadra subisce sul campo, partita dopo partita, decisioni che si commentano da sole: rigori non concessi, gol annullati senza ragione, un sistema di revisione video che sembra funzionare a corrente alternata. Si potrebbe parlare di errori. Si potrebbe parlare di sfortuna. Si potrebbe perfino parlare di sospetto, e indagare. Invece accade qualcosa di diverso. La squadra che è stata danneggiata viene trasformata, nel giro di poche settimane, in quella sospettata di aver danneggiato gli altri. Il portafoglio è sparito, e adesso la colpa è di chi lo aveva.
Ho coniato una parola per evocarlo, questo rovesciamento. Una parola che richiama vecchi scandali e che porta con sé, fin dalla prima sillaba, un giudizio già pronunciato. Funziona perché è breve. Funziona perché suona familiare. Funziona perché ai più non resta il tempo di chiedersi se i fatti corrispondano al nome.
E questo è il punto in cui la cronaca sportiva smette di essere cronaca sportiva e diventa una lezione che riguarda tutti.
Perché il meccanismo è sempre lo stesso, dentro e fuori dallo stadio. Quando una vittima viene convinta di essere colpevole, non perde solo ciò che le è stato tolto. Perde la capacità di nominare il torto. Perde le parole per descriverlo. Si ritrova a difendersi da un'accusa, anziché a domandare ragione di un'ingiustizia. E chi ha rubato, nel frattempo, non solo conserva il bottino: ottiene anche il vantaggio di passare per testimone neutrale, se non per parte lesa.
Vale per un portafoglio in una piazza. Vale per uno scudetto. Vale, soprattutto, per un'opinione pubblica che decide, ogni volta, se ascoltare la voce o verificare il fatto.
Ricordatevi questa parola, Rovesciopoli. Non perché riguardi una squadra. Ma perché racconta, meglio di molti saggi, come si compie oggi un furto perfetto.