Mario Macaluso

Custodire non significa conservare: Cefalù e il coraggio del progetto

Custodire non significa conservare: Cefalù non è un oggetto fragile da mettere sotto vetro, è un organismo vivo che chiede progetto. Questa è la prima verità da attraversare, senza alzare la voce. Non è una città che rischia di perdere il passato, è una città che rischia di non trasformarlo in direzione. La custodia autentica non coincide con l’immobilità, ma con la capacità di discernere ciò che va tramandato e ciò che deve evolvere. A Cefalù, la stratificazione storica è evidente a ogni passo, eppure proprio questa ricchezza può diventare un alibi: l’idea che basti esserci, che basti “avere”, per non dover scegliere. Il rischio non è la modernità, ma l’assenza di visione. Una città che custodisce senza progetto finisce per consumare ciò che pretende di difendere, perché il tempo non aspetta. La bellezza, da sola, non governa. Ha bisogno di mani, di pensiero, di responsabilità condivisa. E soprattutto ha bisogno di una comunità che non deleghi al passato il compito di giustificare il presente.

Un dato semplice aiuta a rendere concreta questa tensione: negli ultimi decenni il centro storico di Cefalù ha visto diminuire progressivamente la presenza di residenti stabili, mentre sono cresciute le funzioni temporanee, legate al turismo e al consumo rapido. Dietro questo dato c’è una realtà umana precisa: famiglie che si spostano, scuole che si svuotano, relazioni quotidiane che si assottigliano. Non è una colpa, è una conseguenza. Quando una città diventa prevalentemente scenario, smette lentamente di essere casa. E una casa senza abitanti non produce futuro, produce manutenzione. La questione non è opporsi al turismo, ma domandarsi che tipo di città esso sta costruendo. Ogni scelta urbanistica, commerciale, culturale parla di un’idea di convivenza. Se mancano luoghi di vita ordinaria, se il lavoro è solo stagionale, se l’abitare diventa eccezione, allora il patrimonio si trasforma in superficie. Custodire, in questo senso, significa prendersi cura delle condizioni che permettono alle persone di restare, di crescere, di riconoscersi parte di un destino comune.

Nel tempo lungo della storia, Cefalù ha già conosciuto stagioni di trasformazione profonda. Non è mai stata una città ferma. Ha attraversato mutamenti di ruolo, di economia, di centralità, adattandosi senza perdere identità. La memoria che vale non è quella che si ripete, ma quella che orienta. Ogni generazione ha ricevuto una città incompleta e l’ha riconsegnata diversa. Pensare di interrompere questo passaggio significa tradire la storia stessa che si dice di voler proteggere. La conservazione senza progetto è una forma elegante di rinuncia. Al contrario, una visione consapevole sa distinguere tra ciò che va preservato nella forma e ciò che va reinterpretato nella funzione. La città non è un museo, è una promessa. E le promesse, per restare vive, devono essere rinegoziate nel tempo, alla luce di nuovi bisogni, nuove fragilità, nuove possibilità.

Il nodo, allora, è politico nel senso più alto del termine: riguarda la responsabilità collettiva. Non basta l’amministrazione, non bastano gli esperti, non bastano i vincoli. Serve una comunità che si riconosca soggetto attivo, capace di immaginare e di discutere. Una città con progetto è una città che sa dirsi dei no, prima ancora che dei sì. Sa scegliere priorità, sa rinunciare a scorciatoie, sa investire nel lungo periodo anche quando il ritorno non è immediato. La visione non è uno slogan, è una pratica lenta, fatta di ascolto, di conflitto regolato, di cura. A Cefalù questo esercizio è ancora possibile, ma non automatico. Richiede luoghi di confronto, parole condivise, una pedagogia civica che restituisca senso alle decisioni. Senza questo, ogni intervento resta episodio, ogni dibattito si consuma in reazione.

Alla fine, il coraggio del progetto non è una qualità astratta: è la disponibilità a farsi carico del futuro senza paura di perdere il passato. Cefalù non deve scegliere tra essere ciò che è stata e ciò che può diventare. Deve scegliere come tenere insieme le due cose. Custodire, in questa prospettiva, significa accompagnare, non trattenere. Significa riconoscere che la bellezza non è un bene ereditato una volta per tutte, ma un lavoro quotidiano di equilibrio tra memoria e possibilità. Una città che accetta questa sfida smette di difendersi e comincia a prendersi cura. E quando una comunità sceglie la cura, il progetto non appare più come un rischio, ma come un atto di fedeltà profonda a se stessa.

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