Mario Macaluso

Esiste una Sicilia che non fa rumore: ed è quella che manda avanti tutto

C’è una Sicilia che non compare nei titoli, che non finisce nei racconti folcloristici, che non viene celebrata nelle narrazioni stereotipate. È la Sicilia che lavora, che costruisce, che resiste. Una Sicilia silenziosa, discreta, spesso invisibile. Non fa rumore perché non ha tempo per farlo. È troppo impegnata a tenere insieme quotidianità, competenze, responsabilità.

Questa Sicilia esiste nei laboratori artigiani, nelle piccole imprese, nei campi coltivati con ostinazione, negli uffici pubblici dove qualcuno sceglie ancora la correttezza, nelle scuole dove si educa senza clamore. È una Sicilia fatta di persone che non chiedono applausi, ma condizioni giuste. Che non cercano scorciatoie, ma continuità.

Il problema è che il silenzio, nel tempo della comunicazione permanente, viene spesso scambiato per assenza. Ma non c’è assenza: c’è concentrazione. C’è lavoro reale. C’è una fatica quotidiana che non si presta allo slogan, ma che tiene in piedi interi territori. Questa Sicilia non ha bisogno di essere mitizzata, ma riconosciuta.

Raccontarla significa cambiare prospettiva. Significa spostare lo sguardo dalle emergenze continue alle strutture che resistono. Significa smettere di chiedere alla Sicilia di essere sempre straordinaria e permetterle, finalmente, di essere normale. Una normalità fatta di diritti, doveri, possibilità.

La Sicilia che lavora non chiede narrazioni pietistiche né retoriche di riscatto. Chiede politiche coerenti, servizi funzionanti, rispetto. Chiede di non essere interrotta ogni volta da una nuova promessa non mantenuta. È una Sicilia che non alza la voce, ma che non smette di fare.

Raccontare questa realtà è un dovere civile. Perché ciò che non viene raccontato finisce per non esistere. E invece esiste. Lavora. Resiste. Tiene insieme il presente mentre altri discutono del passato o del futuro senza mai sporcarsi le mani.

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