Il Segreto del Re arriva in Cina, portando con sé la storia di Cefalù, di Ruggero II e di un Mediterraneo che continua a parlare al mondo. Ci sono storie che nascono in un luogo preciso, quasi circoscritto, e che sembrano destinate a restare lì, tra le pieghe della memoria locale. Poi, senza clamore, iniziano a muoversi. Attraversano confini, lingue, geografie. Non perché spinte dal mercato, ma perché qualcuno, lontano, vi riconosce qualcosa di universale.
Il Segreto del Re è nato a Cefalù, dentro una storia antica e stratificata, legata alla figura di Ruggero II e a una città che non è mai stata soltanto sfondo, ma progetto, visione, responsabilità. Pensarlo oggi letto anche in Cina significa interrogarsi non tanto sul risultato editoriale, quanto sul senso profondo del raccontare luoghi e persone nel nostro tempo.
Cefalù è una città che porta su di sé il peso e il privilegio della storia. Ogni pietra, ogni linea del paesaggio, ogni silenzio racconta una stratificazione che non appartiene solo al passato. Scrivere di un luogo così significa assumersi un compito: non semplificare, non trasformare la complessità in cartolina, non ridurre la memoria a folklore. Il Segreto del Re nasce da questa esigenza: restituire a Cefalù la sua densità, il suo mistero, la sua dimensione politica e simbolica.
Il Segreto del Re arriva in Cina e incontra nuovi lettori
Il fatto che una storia così radicata possa trovare lettori in un contesto culturale lontano come quello cinese dice molto sul nostro presente. Viviamo in un tempo in cui tutto sembra accelerare, ma in cui paradossalmente cresce il bisogno di narrazioni lente, profonde, capaci di dare senso ai luoghi. Non si tratta di esportare un’immagine esotica, ma di condividere un modo di guardare: la convinzione che i luoghi non siano mai neutrali, e che raccontarli significhi sempre prendere posizione.
Nel romanzo, la figura del monaco, del custode del silenzio e delle stelle, non è solo un personaggio narrativo. È una metafora della scrittura stessa: osservare, custodire, resistere alla semplificazione. È forse questo che permette a una storia di viaggiare: non l’universalità costruita a tavolino, ma la fedeltà a un contesto preciso, raccontato senza tradirlo.
Che Il Segreto del Re venga letto in un’altra lingua non cambia la sua origine. Cefalù resta il centro simbolico del racconto, il luogo da cui tutto parte. Ma dimostra che le storie locali, quando sono oneste e rigorose, non restano chiuse nei confini geografici. Parlano a chiunque riconosca nel racconto di un luogo il riflesso delle proprie domande: sul potere, sulla memoria, sul tempo, sulla responsabilità.
In un’epoca in cui la comunicazione tende a uniformare, questo passaggio silenzioso da una sponda del Mediterraneo all’Estremo Oriente assume un valore particolare. Non come traguardo, ma come conferma. Conferma che raccontare i luoghi con rispetto non è un esercizio nostalgico, ma un gesto profondamente contemporaneo. E che la scrittura, quando non cerca scorciatoie, può ancora essere un ponte tra mondi lontani.
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