Mario Macaluso

Il Segreto del Re: quando la storia diventa domanda

Il Segreto del Re nasce da una inquietudine più che da un’idea. Dalla sensazione che la storia, così come ci è stata consegnata, non sia mai del tutto compiuta. Che tra le date, i nomi, i monumenti, restino spazi vuoti, interstizi, silenzi che chiedono di essere ascoltati. Questo romanzo si muove proprio lì, nel punto in cui la storia ufficiale si ferma e comincia la possibilità del racconto.

Al centro c’è un tempo lontano, il Medioevo siciliano, ma il cuore del libro non è la ricostruzione cronologica. È la tensione. Il rapporto tra potere e parola, tra fede e progetto politico, tra ciò che viene inciso nella pietra e ciò che resta affidato alla memoria di pochi. Il Segreto del Re non racconta soltanto un’epoca: interroga il modo in cui le epoche costruiscono il proprio racconto di sé.

Ruggero II non è presentato come una figura monumentale, immobile, consegnata alla retorica. È un sovrano complesso, colto, visionario, ma anche consapevole dei limiti del potere. Attorno a lui ruota una Sicilia che non è periferia, ma centro di mondi diversi: latino, greco, arabo. Una terra in cui convivono saperi, lingue, religioni, e in cui governare significa soprattutto tenere insieme. Il romanzo restituisce questa complessità senza semplificarla, senza addomesticarla.

Cefalù occupa un posto centrale nella narrazione, non come semplice scenario, ma come luogo carico di senso. È una città che guarda il mare e insieme si protegge con la roccia, che si apre e si chiude, che accoglie e controlla. Nel romanzo, Cefalù diventa uno spazio simbolico, un punto di equilibrio tra visibile e invisibile, tra ciò che si mostra e ciò che si custodisce. Le sue pietre, le sue architetture, il suo silenzio non sono mai neutri: parlano, suggeriscono, trattengono.

Il Segreto del Re è un romanzo che procede per stratificazioni. Non cerca l’effetto immediato, non punta sul colpo di scena come fine ultimo. Preferisce il tempo lungo, l’accumulo di indizi, la costruzione lenta di un’atmosfera. Ogni parola è scelta per aggiungere una sfumatura, ogni sinonimo per spostare leggermente lo sguardo, come se la verità potesse essere avvicinata solo per approssimazioni successive.

Il segreto evocato dal titolo non è mai esibito. Non viene svelato in modo esplicito, né trasformato in meccanismo narrativo prevedibile. È piuttosto una presenza costante, una tensione sotterranea che attraversa il libro. Un segreto che riguarda il rapporto tra promessa e potere, tra volontà e interpretazione, tra ciò che è stato detto e ciò che è stato poi deciso. Il lettore è accompagnato fino a una soglia, ma non oltrepassa mai del tutto quella porta. Ed è proprio questo a rendere il romanzo fedele al suo tema.

Nel racconto emergono figure che non dominano la scena ma la sorreggono. Personaggi che agiscono nel silenzio, che osservano, che custodiscono. In loro si riflette una domanda centrale del libro: chi tiene davvero in piedi la storia? Chi decide cosa viene ricordato e cosa dimenticato? Il Segreto del Re suggerisce che spesso il destino dei regni non è nelle mani di chi governa, ma di chi veglia.

La scrittura mantiene un tono misurato, riflessivo, lontano sia dall’enfasi epica sia dal distacco accademico. È una lingua che cerca precisione senza rinunciare all’evocazione, che utilizza la ricchezza del lessico come strumento di pensiero, non come ornamento. Ogni frase prova a tenere insieme narrazione e interrogazione, racconto e responsabilità.

Questo romanzo parla di passato, ma non si chiude nel passato. Le domande che solleva attraversano il presente: il rapporto tra potere e memoria, tra decisione e consenso, tra verità e racconto ufficiale. In questo senso, Il Segreto del Re non è solo un romanzo storico, ma un libro che dialoga con il nostro tempo, senza mai nominarlo direttamente.

Leggerlo significa accettare una proposta precisa: rallentare, ascoltare, sostare nei punti in cui la storia smette di essere rassicurante e diventa problematica. Significa riconoscere che non tutto ciò che conta può essere spiegato fino in fondo, e che alcuni segreti non esistono per essere svelati, ma per ricordarci che la realtà è più complessa di qualsiasi versione definitiva.

Il Segreto del Re è, in definitiva, un romanzo sulla custodia. Della parola, della memoria, dei luoghi. Un libro che non chiede di essere consumato, ma attraversato. E che lascia al lettore una domanda aperta, destinata a restare: cosa scegliamo di ricordare, e cosa siamo disposti a custodire, quando il potere passa e le pietre restano?

Il Segreto del Re è disponibile qui, per chi desidera leggerlo integralmente.

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