Il silenzio non è vuoto.
Non lo è mai stato.
È una scelta. A volte una fuga, altre volte una resistenza. E spesso, molto più spesso di quanto ammettiamo, è l’unico modo onesto per restare umani.
Io col silenzio ci ho litigato parecchio. Da giovane lo temevo. Mi sembrava una sconfitta, una mancanza di parole, quasi una resa. Poi, col tempo – non quello astratto, quello vissuto addosso – ho capito che il silenzio non arriva quando non sai cosa dire, ma quando sai troppo e devi decidere se vale la pena parlare.
Viviamo in un mondo che confonde la voce con il valore. Se parli sei qualcuno. Se scrivi, posti, commenti, reagisci, esisti. Se stai zitto… sospetto. Sei strano. Sei fuori gioco.
E invece no. A volte stare in silenzio è l’atto più rumoroso che puoi permetterti.
Pensa a quante parole inutili ci scivolano addosso ogni giorno. Opinioni riciclate, indignazioni a orologeria, frasi forti che durano lo spazio di una notifica. Un brusio continuo. Un mercato.
In mezzo a questo frastuono, il silenzio diventa quasi un atto sovversivo. Come dire: io non gioco a questo ritmo, non adesso, non così.
C’è stato un momento, anni fa, in cui ho smesso di rispondere subito. Alle mail, alle richieste, alle provocazioni. Non per arroganza, ma per sopravvivenza. Mi stavo accorgendo che ogni risposta immediata era una risposta debole. Reattiva. Non mia fino in fondo.
Il silenzio, invece, mi restituiva spazio. Mi permetteva di capire se quella parola che stavo per dire serviva davvero o se era solo rumore in più.
Attenzione però: non parlo del silenzio comodo. Quello che ti nasconde. Quello che evita i conflitti e rimanda le responsabilità. Quello è un silenzio codardo, e fa danni enormi.
Io parlo del silenzio che prepara, che ascolta, che accumula senso prima di restituirlo.
C’è un silenzio che pesa come una stanza vuota dopo una discussione. E ce n’è uno che somiglia a una chiesa al mattino presto, quando non c’è nessuno e senti il tuo respiro rimbalzare sulle pareti.
Sono due silenzi diversi. Il primo chiude. Il secondo apre.
Nel lavoro culturale, nel raccontare i luoghi, le comunità, le storie, il silenzio è fondamentale. Non tutto va detto subito. Non tutto va spiegato. Alcune cose hanno bisogno di sedimentare, di restare lì, sospese.
Quando racconto un territorio, per esempio, so che quello che non scrivo conta quanto quello che scrivo. Le pause. Gli spazi bianchi. Le frasi lasciate respirare. È lì che il lettore entra davvero.
E poi c’è il silenzio personale. Quello che ti prende quando capisci che non devi sempre difenderti. Che non ogni attacco merita una replica. Che non ogni errore va giustificato pubblicamente.
Accettare il silenzio significa anche accettare di non controllare tutto. E questo, ammettiamolo, fa paura.
In un’epoca che premia la reazione rapida, il silenzio è una forma di lentezza consapevole. Ti costringe a stare. A sentire. A pensare prima di agire.
E non è facile. Perché nel silenzio emergono le domande vere. Quelle scomode. Quelle che avevi coperto di parole per non ascoltarle.
Io credo che dovremmo reimparare a stare zitti insieme. Non per indifferenza, ma per rispetto. Perché solo nel silenzio condiviso si crea uno spazio comune che non è occupato dall’ego di qualcuno.
Pensa a certe assemblee, certi incontri, certi momenti collettivi: basterebbe un minuto di silenzio vero per dire più di cento interventi inutili.
Il paradosso è questo: più il mondo urla, più il silenzio diventa prezioso.
Non come rifugio, ma come fondamento. Come terra ferma da cui ripartire.
Alla fine, il silenzio non è il contrario della parola. È la sua condizione.
Senza silenzio, le parole sono solo suono. Con il silenzio, diventano senso.
E forse la vera domanda non è quando parlare, ma quando tacere per non tradire quello che siamo.



