Mario Macaluso

Il tempo non passa: siamo noi che gli camminiamo dentro

C’è un momento, di solito la sera, quando il rumore si abbassa e resta solo un silenzio un po’ stanco, in cui il tempo smette di fare il brillante. Non corre più, non scappa, non accelera. Sta lì. E ti guarda.
Io lo sento spesso in quei minuti sospesi, quando mi siedo e penso di non pensare a nulla. Spoiler: non funziona mai.

Per anni ho creduto che il tempo fosse un fiume. Scorre, va avanti, non torna indietro. Ce lo ripetono tutti, dai filosofi ai post motivazionali su Instagram. Poi però cresci, vivi, perdi qualche treno, ne prendi altri sbagliati, e ti accorgi che il tempo non è un fiume. È più simile a una piazza. Ci passi mille volte, ma non sei mai lo stesso.

Mi ricordo una mattina di tanti anni fa. Avevo un appuntamento importante, uno di quelli che “se va male cambia tutto”. Arrivai in anticipo, cosa per me già sospetta. Mi sedetti su una panchina. Guardavo la gente passare. E lì successe una cosa strana: il tempo rallentò. Non perché fossi rilassato, anzi. Ma perché, per qualche minuto, fui presente. Davvero presente. E capii che non era il tempo a scorrere veloce. Ero io che, di solito, lo attraversavo di corsa.

Noi abbiamo trasformato il tempo in un nemico. Lo misuriamo, lo spezzettiamo, lo rincorriamo. “Non ho tempo”, diciamo. Come se fosse una colpa. Come se qualcuno ce lo avesse rubato. In realtà, il tempo c’è. Sempre. Siamo noi che spesso non ci siamo.

Viviamo dentro agende piene e teste vuote. Incastri, notifiche, scadenze. Tutto urgente, tutto importante. Poi arriva una sera qualunque, una di quelle senza titoli, e ti chiedi: ma oggi, io, dove ero? Non cosa ho fatto. Peggio. Dove ero io mentre facevo tutto questo?

C’è un equivoco enorme che ci accompagna da anni: l’idea che il tempo sia lineare. Prima, dopo. Inizio, fine. Avanti tutta. Ma basta un odore, una canzone alla radio, una frase detta male, per riportarti indietro di vent’anni in mezzo secondo. Altro che linea. Il tempo è un groviglio. Un nodo. Un’eco.

A volte mi sorprendo a rivivere momenti minuscoli. Non i grandi eventi, non le date da ricordare. Ma dettagli. Una risata fuori posto. Una porta chiusa piano. Un pomeriggio sprecato che, col senno di poi, era oro puro. Il tempo, lì, non è passato. È rimasto in attesa.

Siamo ossessionati dal “prima o poi”. Prima o poi cambierò. Prima o poi avrò tempo. Prima o poi farò quello che voglio davvero. È una formula elegante per rimandare la vita. Un modo gentile per dirsi “non adesso”. Peccato che il tempo non ami essere trattato come una sala d’attesa.

Io ho imparato tardi una cosa semplice: il tempo non si gestisce, si abita. Come una casa. Puoi arredarla male, riempirla di roba inutile, oppure lasciare spazio, luce, silenzio. Puoi viverci di corsa o fermarti ogni tanto a guardare fuori dalla finestra.

C’è un paradosso che mi diverte e mi inquieta: più cerchiamo di risparmiare tempo, più lo sprechiamo. App, trucchi, scorciatoie, produttività a tutti i costi. E alla fine siamo stanchi, ma non sappiamo di cosa. Forse di non aver vissuto davvero quei minuti “ottimizzati”.

Il tempo non chiede efficienza. Chiede attenzione. Chiede presenza. Chiede che tu sia lì quando ci sei. Sembra poco, ma è rivoluzionario.

Ogni tanto, provo a fare un esperimento. Lascio il telefono lontano. Mi concedo dieci minuti senza scopo. Senza risultato. Senza obiettivo. All’inizio è fastidioso. Poi succede qualcosa. Il tempo si distende. Respira. E io con lui. Non sempre. Ma quando succede, è come tornare a casa.

Forse il problema non è che il tempo passa troppo in fretta. Forse siamo noi che non sappiamo restare. Sempre pronti al prossimo impegno, alla prossima distrazione, alla prossima promessa. Intanto la vita accade adesso. Non domani. Non dopo.

Se c’è una cosa che ho capito, ed è una di quelle verità scomode, è questa: il tempo non ti insegue. Ti aspetta. Sei tu che decidi se incontrarlo o continuare a girargli attorno.

E allora ti lascio con una domanda semplice, ma non facile: oggi, anche solo per un momento, ci sei stato davvero?

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