Una frase semplice. Pulita. Quasi disarmante. Eppure attribuita a uno che semplice non lo è mai stato davvero: George Bernard Shaw. Io questa frase l’ho incontrata più volte nella vita. La prima volta l’ho capita poco. La seconda l’ho capita male. Solo dopo anni ho iniziato a sentirla davvero addosso. Come una giacca che all’inizio stringe, poi si modella, poi diventa tua.
Perché diciamolo subito, senza girarci intorno: trovare se stessi suona comodo. Rassicurante. Sa di oggetto smarrito. Come se da qualche parte, nascosto sotto un cuscino dell’infanzia o in una scelta mancata, ci fosse un “vero me” intatto, puro, pronto a essere recuperato. Basta cercare bene, no?
E invece no.
Shaw, con quella frase, ti leva il tappeto da sotto i piedi.
Io non mi sono mai “trovato”. Mi sono, semmai, perso un sacco di volte. E ogni volta che mi perdevo, cambiavo. Un po’ per necessità, un po’ per reazione, un po’ per stanchezza. E col tempo ho capito che non stavo fallendo: stavo costruendo.
Creare se stessi è un verbo scomodo. Perché creare significa scegliere. Tagliare. Rinunciare. Esporsi. Vuol dire ammettere che non esiste un progetto definitivo, un manuale di istruzioni valido per tutti. Vuol dire accettare che quello che sei oggi potrebbe non piacerti domani. E va bene così.
Quando ero più giovane pensavo che, a un certo punto, sarei “arrivato”. Che avrei smesso di farmi domande. Che avrei detto: ecco, questo sono io. Fine. Sipario. Applausi.
Non è successo.
Anzi, più il tempo passa e più mi accorgo che la parte viva di me è proprio quella che cambia. Quella che si contraddice. Quella che si rimette in discussione quando sarebbe più facile fare finta di niente. Crearsi, ogni giorno, è un lavoro artigianale. Fatto di mani sporche, di errori, di aggiustamenti continui.
Viviamo in un’epoca ossessionata dall’identità. Tutti a cercare “chi siamo”. Test, profili, etichette, bio da tre righe che dovrebbero contenere un’esistenza intera. E più cerchiamo di definirci, più rischiamo di incastrarci.
Io l’ho visto succedere. A me, agli altri. Persone che si sono “trovate” troppo presto e non si sono più mosse. Come statue. Bellissime, magari. Ma immobili. E la vita, quando smetti di crearla, ti passa accanto senza chiedere permesso.
Creare se stessi significa anche assumersi una responsabilità enorme: non dare la colpa. Né al destino, né ai genitori, né al sistema, né al periodo storico (che pure ci mette del suo, eccome). Significa dire: ok, questo è il materiale che ho, ora cosa ci faccio?
Non sempre viene qualcosa di elegante. A volte esce fuori un pasticcio. A volte una versione di noi che non avevamo previsto. Ma è nostra. Ed è questo che conta.
C’è stato un momento, nella mia vita, in cui ho capito che non stavo vivendo la mia forma, ma quella che gli altri si aspettavano da me. Funzionava. Apparentemente. Ma dentro sentivo una specie di ruggine. Una voce che diceva: “non sei finito, sei solo fermo”. E fermo, per me, è sempre stato più pericoloso che sbagliare.
Shaw, che amava provocare, probabilmente se la rideva di chi cercava se stesso come si cerca un oggetto smarrito. Lui sapeva che l’essere umano è un cantiere aperto. E che l’idea di un’identità fissa è più una consolazione che una verità.
Crearsi non è un atto eroico. È quotidiano. Sta nelle piccole decisioni. In quello che accetti. In quello che rifiuti. Nelle parole che scegli di dire e in quelle che finalmente smetti di dire. Sta anche nel cambiare idea, che oggi sembra quasi un reato.
Io mi sono creato scrivendo. E riscrivendo. E cancellando. Mi sono creato nei fallimenti che non ho raccontato, nelle strade prese e poi abbandonate, nelle convinzioni smontate pezzo per pezzo. Non c’è stato un giorno preciso. Non c’è stata una rivelazione. C’è stato un processo.
Ed è forse questo il punto più importante: creare se stessi non finisce mai. Non ha una data di scadenza. Non ha un traguardo definitivo. È un movimento continuo, a volte lento, a volte doloroso, a volte sorprendentemente leggero.
Alla fine, quella frase di Shaw non è una massima motivazionale da appendere al muro. È quasi una sfida. Un invito scomodo. Ti dice: smettila di cercarti come se fossi già deciso una volta per tutte. Guardati mentre diventi.
E allora, forse, la domanda giusta non è “chi sono?”, ma “chi sto creando oggi?”.



