La piazza era tornata silenziosa troppo in fretta.
Poche ore prima non si riusciva a camminare, ora Marco avanzava senza incontrare nessuno. Le pietre restituivano il rumore dei passi come se fossero più larghe, più nude. Capì subito che non era il silenzio a pesare, ma ciò che mancava.
La fontana al centro era asciutta. Una bottiglia schiacciata rifletteva la luce dell’alba. La torre guardava il mare senza fretta: lei sapeva aspettare. La piazza no. Aveva già dimenticato la sera prima.
Andrea arrivò dal vicolo, Mimmo poco dopo. Si fermarono accanto a Marco.
«Ieri sera non c’eravate», disse lui.
Andrea fece spallucce. «Non era roba nostra».
«Troppa gente», aggiunse Mimmo. «Ma nessuno che conosci».
Rimasero fermi. La piazza sembrava ascoltare.
Andrea indicò una finestra sopra il bastione. «Stanotte hanno rubato lì».
Marco alzò lo sguardo.
«Erano in casa», continuò. «Hanno sentito musica, voci. Pensavano fosse sicurezza».
Mimmo scosse la testa. «La folla non vede».
Marco immaginò la sera prima: telefoni alzati, luci, corpi accalcati, l’idea di essere dentro qualcosa. Intanto qualcuno saliva una scala, forzava una porta, portava via ciò che non gli apparteneva. In mezzo a tutti, nessuno se ne accorgeva.
«Nessuno ha visto niente», disse Andrea.
«Nessuno stava guardando», rispose Marco.
Capì che il furto non era avvenuto nonostante la folla, ma grazie ad essa. Quando tutti passano, nessuno resta. Quando nessuno resta, nessuno risponde.
Andrea e Mimmo se ne andarono senza salutare. Marco rimase ancora un momento. Capì che una città non si svuota quando la gente se ne va, ma quando chi resta smette di sentirla propria. Quando diventa sfondo, non casa. Rumore, non attenzione.
Scese verso il mare con una certezza scomoda: una città può essere piena eppure assente.
E se nessuno se ne assume la responsabilità, prima o poi smette di appartenere a chi la attraversa.
Una città resta viva solo finché qualcuno se ne assume la responsabilità.



