Il 31 gennaio torna puntuale, come certi appuntamenti che non fanno rumore ma restano. È la festa di San Giovanni Bosco, e ogni anno mi ritrovo a pensare che il problema non è ricordarlo, ma capirlo davvero.
Perché Don Bosco non è una figurina da calendario, né una statua buona per le cerimonie. Don Bosco è una domanda aperta. E pure bella impegnativa.
C’è una sua frase che mi accompagna da tempo, una di quelle che sembrano semplici finché non provi a viverle sul serio: «L’educazione è cosa del cuore».
Sembra una frase gentile. In realtà è una rivoluzione.
Viviamo in un’epoca in cui l’educazione è diventata spesso un insieme di procedure: programmi, griglie, competenze, valutazioni, indicatori. Tutto necessario, per carità. Ma non sufficiente.
Perché se togli il cuore, resta solo l’addestramento. E Don Bosco questo lo aveva capito prima di tutti.
Quando penso a lui, non penso a un santo distante. Penso a un uomo che stava in mezzo ai ragazzi, che li guardava negli occhi, che li prendeva sul serio. Anche quando erano difficili. Soprattutto quando erano difficili.
E qui arriva il punto che ancora oggi ci mette in crisi: educare non significa controllare, significa credere.
Don Bosco non partiva dall’errore, partiva dalla possibilità. Non vedeva un problema da correggere, ma una persona da far crescere. E questo richiede una fatica enorme. Perché è molto più semplice applicare una regola che costruire una relazione.
“Cosa del cuore” non vuol dire buonismo. Non vuol dire lasciar correre tutto.
Vuol dire metterci dentro qualcosa di tuo. Tempo, pazienza, ascolto, presenza. Vuol dire accettare che educare non è mai neutrale: ti coinvolge, ti espone, ti cambia.
Io credo che oggi abbiamo un disperato bisogno di questa visione. Perché vedo troppi ragazzi trattati come numeri, casi, pratiche da smaltire. E vedo troppi adulti stanchi, disillusi, che hanno smesso di credere che il loro sguardo possa fare la differenza.
Don Bosco, invece, credeva nello sguardo. Credeva che un ragazzo potesse cambiare vita perché qualcuno aveva scommesso su di lui. Non perché fosse perfetto, ma perché era vivo.
C’è una cosa che mi colpisce sempre: Don Bosco non separava mai educazione e affetto. Oggi dire “affetto” fa quasi paura, come se fosse una parola pericolosa. Lui invece la metteva al centro. Perché sapeva che senza relazione non c’è crescita, solo obbedienza momentanea.
E guarda che l’obbedienza senza cuore dura poco. Appena togli il controllo, crolla tutto.
Educare è stare. È esserci quando sarebbe più facile voltarsi dall’altra parte. È ripetere cento volte la stessa cosa senza umiliare. È correggere senza distruggere. È anche dire dei no, certo. Ma no che aprono, non che schiacciano.
Don Bosco aveva chiaro una cosa che oggi rischiamo di dimenticare: i ragazzi non hanno bisogno di eroi, hanno bisogno di adulti credibili. Adulti che non recitano una parte. Che non fanno finta di sapere tutto. Che non si nascondono dietro il ruolo.
E allora il 31 gennaio non dovrebbe essere solo una festa. Dovrebbe essere una verifica. Ci dovremmo chiedere: stiamo ancora educando col cuore o ci siamo rifugiati nelle scorciatoie?
Perché educare col cuore significa anche accettare che i risultati non sono immediati. Che non tutto è misurabile. Che a volte semini senza vedere il raccolto. Ma Don Bosco lo sapeva: quello che fai col cuore resta, anche quando non te ne accorgi.
In fondo, la sua lezione è terribilmente attuale. In un mondo che corre, che semplifica, che etichetta, lui ci dice di rallentare e guardare le persone. Una per una.
Non per salvarle, ma per accompagnarle.
E forse oggi, più che mai, abbiamo bisogno di questo tipo di educazione. Non perfetta, non impeccabile, ma umana.
Perché se l’educazione non passa dal cuore, non passa affatto.



