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Non è solo emergenza: il randagismo racconta il fallimento della comunità

Mario Macaluso · 02 April 2026 · 4 min di lettura
Non è solo emergenza: il randagismo racconta il fallimento della comunità

Non è solo emergenza, è una frattura: il randagismo racconta il fallimento della comunità prima ancora che l’inefficienza delle istituzioni. Le dimissioni di un sindaco, come accaduto a Camini, non sono un gesto isolato né un fatto curioso: sono il segno di un limite che è stato superato, di un equilibrio che si è rotto. Quando un amministratore locale dichiara di non poter più garantire la sicurezza dei cittadini per la presenza di cani randagi, ciò che emerge non è soltanto un problema sanitario o di ordine pubblico, ma una crisi più profonda, che riguarda il modo in cui una comunità si prende cura di sé stessa.

I numeri aiutano a comprendere la dimensione concreta del fenomeno: nel 2022 in Italia quasi 90mila cani sono stati collocati nei canili, oltre 32mila sono stati adottati e più di 20mila restituiti ai proprietari. Ma dietro questi dati si nasconde una realtà più ampia, fatta di animali che restano invisibili, fuori dai circuiti ufficiali, e di territori in cui il problema è cronico. In piccoli comuni come Camini, con meno di 800 abitanti, anche un numero limitato di cani può diventare ingestibile. Il costo giornaliero per il mantenimento nei canili, tra 3,50 e 4,50 euro per animale, si traduce in una pressione economica costante che sottrae risorse ad altri servizi essenziali.

Non è solo emergenza: il randagismo racconta il fallimento della comunità

Eppure ridurre il randagismo a una questione di costi o di sicurezza significherebbe non coglierne la natura più profonda. Il randagismo nasce spesso da una catena di disattenzioni: proprietari che non registrano i propri animali, mancate sterilizzazioni, controlli insufficienti, abbandoni che diventano normalità. È una somma di piccoli gesti irresponsabili che, nel tempo, costruiscono un problema collettivo. In questo senso, il randagismo non è un evento improvviso, ma il risultato di una cultura che fatica a riconoscere il valore della cura e della responsabilità condivisa.

Il caso di Camini mette in luce anche un altro aspetto, meno visibile ma altrettanto decisivo: la solitudine delle amministrazioni locali. Quando un sindaco parla di “abbandono istituzionale”, non sta soltanto denunciando una mancanza di fondi o di risposte burocratiche, ma una distanza tra i livelli di governo che rende inefficace ogni tentativo di soluzione. Le competenze frammentate, i tempi lunghi, l’assenza di coordinamento trasformano un problema gestibile in una crisi permanente. E così il territorio resta solo, mentre il fenomeno cresce.

Se si allarga lo sguardo, il randagismo diventa anche una questione di memoria e di visione. Un tempo il rapporto tra comunità e animali era più diretto, più integrato nella vita quotidiana: i cani erano parte di un equilibrio, non un problema da gestire. Oggi, in molte realtà, quel legame si è spezzato. La modernità ha portato nuovi modelli di vita, ma non sempre ha costruito strumenti adeguati per sostenerli. Così si è creato uno scarto tra ciò che siamo diventati e ciò che siamo in grado di governare.

In questa prospettiva, le dimissioni di un sindaco non sono una resa, ma un atto che interpella tutti. Ci ricorda che non esistono problemi “degli altri”, che ogni emergenza locale è il riflesso di una responsabilità più ampia. Affrontare il randagismo significa ripensare le politiche pubbliche, certo, ma anche promuovere una cultura della cura che coinvolga cittadini, associazioni e istituzioni. Significa investire nella prevenzione, nella sterilizzazione, nell’educazione, e costruire reti che funzionino davvero.

Il randagismo, allora, non è solo una questione di animali senza padrone. È una domanda rivolta alla comunità: siamo ancora capaci di prenderci cura di ciò che non è immediatamente nostro? La risposta a questa domanda non riguarda solo i cani che vagano per le strade, ma il futuro stesso dei nostri territori. Perché una comunità che smette di prendersi cura delle sue fragilità, lentamente, smette anche di riconoscersi come tale.

Mario Macaluso

Mario Macaluso

Scrittore, blogger e founder del Festival del Cinema di Cefalù. Laureato in Filosofia con studi in Teologia. Scrivo per comprendere il tempo che viviamo, raccontando luoghi, persone e storie che meritano attenzione.

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