La frase è attribuita a David Hume, e ogni volta che la rileggo mi sembra meno una citazione filosofica e più una constatazione quasi fisica. Come dire: guardati dentro, osserva cosa succede quando smetti di controllare tutto. Lì dentro non ci sono confini, né dogane, né semafori rossi.
Io me ne accorgo soprattutto nei momenti di stanchezza. Quando la realtà diventa pesante, quando le cose si incastrano male, quando il mondo pretende risposte precise e io ho solo domande scomposte. È lì che l’immaginazione scappa. Non chiede permesso. Non firma moduli. Non si giustifica.
Hume lo aveva capito prima di tanti altri: l’immaginazione è l’unico spazio davvero libero che abbiamo. Tutto il resto, prima o poi, incontra un limite. Il corpo. Il tempo. Le regole. Le aspettative. L’immaginazione no. Lei salta i muri come se non esistessero.
E attenzione: non sto parlando di fantasia come evasione infantile, come fuga dalla realtà. Quella è una lettura comoda, ma riduttiva. L’immaginazione è una forza attiva. Costruisce, collega, anticipa. È ciò che rende possibile pensare qualcosa che ancora non c’è. O che c’è, ma in forma confusa.
Io, senza immaginazione, non avrei scritto una riga. Non perché scrivere sia un atto “fantasioso”, ma perché è un atto di spostamento. Prendi quello che vedi e lo metti altrove. Cambi angolazione. Cambi ritmo. Cambi senso. Questo non lo fa la logica pura. Lo fa l’immaginazione.
Viviamo però in un tempo che diffida dell’immaginazione. La tollera solo se produce qualcosa di utile, misurabile, monetizzabile. Appena esce da quei confini, diventa sospetta. Perdita di tempo. Distrazione. Lusso inutile.
Eppure, guarda bene: tutte le grandi trasformazioni sono nate lì. Prima di essere progetti, leggi, opere, rivoluzioni, sono state immagini. Visioni. Idee considerate irrealistiche, fuori luogo, eccessive. Senza immaginazione saremmo ancora fermi a ripetere ciò che già sappiamo fare.
Hume, da filosofo scettico, non idealizzava l’essere umano. Non lo dipingeva come puro, buono, razionale. Proprio per questo la sua fiducia nell’immaginazione è ancora più interessante. Perché non nasce dall’ingenuità, ma dalla consapevolezza dei limiti della ragione.
La ragione ordina, ma non inventa. Classifica, ma non sogna. Serve, eccome se serve. Ma da sola non basta. Senza immaginazione la ragione diventa amministrazione dell’esistente. Gestione dell’ovvio. Ripetizione educata.
Io lo vedo ogni volta che qualcuno mi dice: “sii realistico”. È una frase che sembra sensata, ma spesso nasconde una rinuncia. Come se il realismo fosse l’unica forma di intelligenza ammessa. Come se immaginare fosse una colpa.
E invece l’immaginazione è realissima. Produce effetti concreti. Cambia il modo in cui guardi le persone, i luoghi, il tempo. Ti permette di uscire dal ruolo che ti hanno assegnato. Anche solo per un attimo. Anche solo dentro di te. Ma a volte basta quello per iniziare a muoverti.
C’è un aspetto dell’immaginazione che mi affascina più di tutti: non obbedisce. Puoi educarla, stimolarla, nutrirla. Ma non puoi comandarla davvero. Arriva quando vuole. Si manifesta nei momenti meno opportuni. Ti prende mentre cammini, mentre aspetti, mentre stai per addormentarti.
Ed è libera proprio per questo. Non risponde a un dovere. Non segue un’agenda. Non ha scadenze. In un mondo ossessionato dalla produttività, questa è quasi una provocazione.
Io ho imparato a difendere l’immaginazione come si difende un territorio fragile. A proteggerla dal rumore continuo, dall’urgenza di dire sempre qualcosa di sensato, dall’ansia di essere all’altezza. Perché l’immaginazione ha bisogno di spazio. E il silenzio, oggi, è diventato uno spazio rivoluzionario.
Quando Hume dice che nulla è più libero dell’immaginazione, sta anche dicendo che lì si gioca una partita decisiva. Non solo filosofica. Esistenziale. Politica, persino. Perché chi controlla l’immaginazione di una società ne controlla il futuro. Se riesci a far credere alle persone che non possono immaginare alternative, le hai già vinte.
Ecco perché l’immaginazione fa paura. Perché non si accontenta. Perché non accetta che “è sempre stato così” sia una risposta. Perché continua a suggerire che le cose potrebbero essere diverse. Anche quando tutto sembra dire il contrario.
Io non so se l’immaginazione renda felici. A volte complica la vita. Ti mette davanti possibilità che non sai come realizzare. Ti fa sentire stretto in realtà troppo piccole. Ma so che senza immaginazione mi sentirei spento. Funzionante, forse. Ma non vivo.
Alla fine, quella frase di Hume non è un elogio astratto. È un promemoria. Ci ricorda che, anche quando tutto sembra chiuso, regolato, deciso, c’è uno spazio che nessuno può sequestrare. Uno spazio dove puoi ancora muoverti, provare, sbagliare, reinventarti.
E forse la libertà, prima di essere un fatto esterno, è proprio questo: la capacità di immaginare ciò che ancora non c’è, senza chiedere il permesso a nessuno.
Dimmi: tu quando è stata l’ultima volta che hai lasciato davvero libera la tua immaginazione?



