Perdersi a Cefalù: l'itinerario segreto tra vicoli, corti e edicole votive
Esiste un modo sbagliato di visitare Cefalù. È quello che fanno in molti: si arriva in treno o in auto, si va dritti in piazza Duomo, si entra nella cattedrale, si esce, si fa una foto con la Rocca sullo sfondo, si mangia un arancino e si riparte. È un modo perfettamente rispettabile di trascorrere qualche ora in una bella città siciliana. Ma è come leggere solo la copertina di un libro.
Il vero Cefalù — quello che i cefaludesi conoscono e che i turisti raramente trovano — sta nei vicoli. Sta nelle strade strette che si aprono all'improvviso su cortili silenziosi, nelle edicole votive che vegliano agli angoli delle case da secoli, nei quartieri che portano ancora i segni di chi li ha abitati mille anni fa. Sta, soprattutto, nella capacità di perdersi. Deliberatamente, consapevolmente, felicemente.
Da dove cominciare: piazza Garibaldi
Il punto di partenza ideale per un itinerario autentico nel centro storico di Cefalù è piazza Garibaldi — non piazza Duomo, come suggeriscono la maggior parte delle guide. Piazza Garibaldi era la porta principale della città nel XVI secolo, la Porta Reale, che si apriva tra due torri a difesa della comunità. Di una di quelle torri rimangono ancora sedici metri quadrati di blocchi disposti su quattro file, inglobati nel campanile della chiesa di Santa Maria della Catena.
È un inizio che dice subito qualcosa di importante: a Cefalù il passato non è nei musei. È nei muri. È nelle fondamenta degli edifici, negli angoli delle piazze, nei campanili delle chiese. Basta saperlo cercare.
Corso Ruggero: la strada che divide la città
Da piazza Garibaldi si imbocca Corso Ruggero, l'arteria principale della città, che divide l'abitato in due parti precise e diverse. A destra i vicoli gradonati e tortuosi, chiusi dalla Rocca — il Cefalù antico, medievale, islamico. A sinistra le strade più rettilinee che scendono verso il mare — il Cefalù che guarda al porto e al commercio.
Corso Ruggero è lungo circa 450 metri e si percorre a piedi in sei minuti. Ma sei minuti sono sufficienti solo se si vuole attraversarlo, non se si vuole leggerlo. Perché lungo questa strada ci sono l'Osterio Magno — la presunta Domus Regia di Ruggero II, con la sua grande trifora e le bifore medievali — la strada romana del I secolo, ancora visibile al civico 92, e una serie di palazzi nobiliari che raccontano sei secoli di storia cefaludese.
Il quartiere Crucidda-Francavilla
La vera anima medievale di Cefalù si trova però nei vicoli che si aprono a destra di Corso Ruggero, verso la Rocca. È il quartiere Crucidda-Francavilla — il più antico della città, quello che fin dal XII secolo ha accolto contadini e maestranze richiamati attorno alla cattedrale dall'esonero nel pagamento delle tasse. Franc-ville, città franca: un quartiere che nacque come zona di privilegio fiscale e che conserva ancora oggi nella sua morfologia l'aspetto medievale.
Le vie sono irregolari e tortuose. I vicoli ciechi abbondano — si imbocca una strada convinti che porti da qualche parte e ci si ritrova davanti a un muro, a un portone chiuso, a un cortile privato. I piccoli archi che collegavano un edificio all'altro sono ancora visibili. Le casette minuscole si raccolgono attorno a cortiletti interni che sembrano appartenere a un altro tempo.
In questo quartiere si trova anche il convento di San Domenico, con il suo chiostro cinquecentesco e la chiesa dalle origini trecentesche. E il forno di quartiere nel cortile Guercio — un forno ancora oggi funzionante, uno degli ultimi esempi di quella condivisione comunitaria che era normale nella Cefalù del passato, quando le famiglie portavano il pane a cuocere insieme e il forno era anche un luogo di incontro e di scambio.
Le edicole votive: una città che prega per strada
Una delle cose più belle e più trascurate di Cefalù sono le edicole votive. Ce ne sono decine, distribuite per tutto il centro storico — piccole nicchie scavate nei muri, cappellette affisse agli angoli delle case, fotografie del Pantocratore protette da vetri, statuette di santi illuminate da lampadine sempre accese.
Sono il centro della vita sociale di una strada o di un piccolo cortile. Appartengono a chi ci abita nei pressi, offrono la benedizione a chi passa, testimoniano un rapporto con il sacro che è quotidiano, domestico, concreto — lontanissimo dalla religiosità istituzionale e vicinissimo alla vita reale.
Alcune sono antichissime. In salita Saraceni si trova una delle edicole più antiche della città, risalente al XVII secolo, con un dipinto a olio di una scena della passione. In via Francavilla ce ne sono almeno quattro ravvicinate, con immagini del Cristo e della Madonna che vegliano su un vicolo che non ha cambiato aspetto da secoli.
Il lavatoio e porta Pescara
Scendendo verso il mare, lungo via Vittorio Emanuele, si incontrano due dei luoghi più evocativi di Cefalù. Il lavatoio medievale — nascosto in fondo a una scalinata in pietra lavica e lumachella che sembra avere un andamento a chiocciola — è uno di quei posti che si trovano solo se si sa che esistono. L'acqua vi arriva ancora oggi scorrendo da ventidue bocche di ghisa, di cui quindici teste leonine. Le vasche con gli appoggi per le lavandaie sono ancora lì, silenziose, in un'ombra che sa di pietra bagnata e di secoli.
Poco più avanti, al civico 105 di via Vittorio Emanuele, si trova Porta Pescara — l'unica porta medievale sopravvissuta delle quattro che difendevano la città. Ha preso il nome da Francesco Ferdinando d'Avalos, marchese di Pescara, che nel 1570 la sistemò e ampliò. È costituita da un arco gotico che si affaccia direttamente su una spiaggia dove ancora oggi alcuni pescatori ormeggiano le loro barche. Dal suo interno si può ammirare un panorama sul mare che vale da solo il viaggio.
Come perdersi davvero
L'itinerario che ho descritto è un suggerimento, non una prescrizione. Il vero consiglio è uno solo: a un certo punto, abbandonatelo. Prendete un vicolo a caso, quello che sembra meno promettente, quello che non è segnato su nessuna mappa. Seguitelo fino in fondo. Poi prendete un altro vicolo. Poi un altro ancora.
Cefalù è abbastanza piccola da non potersi perdere davvero — prima o poi si arriva al mare, o alla Rocca, o al Duomo, e ci si riorienta in pochi secondi. Ma è abbastanza grande e abbastanza stratificata da riservare sempre qualcosa di inaspettato a chi ha la pazienza di cercare.
Un cortile con un fico centenario. Un'edicola votiva illuminata da una lampadina arancione. Un vicolo che odora di pane e di mare insieme. Sono queste le cose che si portano a casa da Cefalù. Non le fotografie del Pantocratore — quelle le trovate su Google. Le altre no.


