Cominciamo da qui, senza anestesia: a Niscemi non si salva nulla. Si recupera. È diverso. Salvare significa immaginare un dopo. Recuperare è frugare tra i resti, come parenti poveri dentro una casa già condannata. Oggi arrivano 25 vigili del fuoco, domani forse un altro drone, dopodomani un’altra conferenza. Ma il territorio, quello vero, continua a colare a picco come un corpo senza ossa.
La coreografia dell’emergenza
Vedo uomini competenti, coraggiosi, professionali. Vigili del fuoco, protezione civile, tecnici. Non attacco loro. Attacco la messa in scena che li circonda. Laser, rescue guardian, droni specializzati: tecnologia da terremoto per una frana che tutti fingono di considerare temporanea. È la liturgia dell’emergenza permanente. Si misura, si rileva, si osserva. Intanto la collina decide da sola.
Case senza tempo
Ottocentonovantuno edifici evacuati. Non numeri: vite congelate. Case diventate magazzini del possibile, elenchi di cose da portare via come se bastasse scegliere. Documenti o fotografie? Letti o armadi? La dignità non entra negli zaini. Qui non si recuperano beni: si certifica una perdita definitiva, pezzo dopo pezzo, scala dopo scala.
La zona rossa come alibi
Zona rossa a monte, esercito. Zona rossa a valle, forestale. Tutto presidiato, tutto controllato. Tranne la verità più scomoda: questa frana non è una sorpresa, è un appuntamento mancato mille volte. Dissesto, incuria, studi rimasti nei cassetti. La zona rossa serve anche a questo: a contenere le responsabilità, non solo il terreno.
La speranza dosata
Si parla di “luce di speranza”. Io vedo una lampadina fioca, alimentata a burocrazia. Si entra dai 50 ai 100 metri, forse dai 30 ai 50, dipende dai dati, dipende dal meteo. La speranza qui è regolata da protocolli, concessa a fasce, come i permessi. Non è futuro: è gestione del danno.
Il vero recupero che nessuno vuole fare
Recuperare oggetti è umano. Recuperare un territorio richiede coraggio politico, memoria lunga, scelte impopolari. Qui invece si salva il salvabile per poter dire di aver fatto qualcosa. Intanto Niscemi resta sospesa, non in sicurezza ma in attesa. E io mi chiedo, e lo chiedo a chi decide: quanto deve ancora scivolare questa terra prima che qualcuno recuperi le responsabilità invece dei mobili?



