Mario Macaluso

Scrivere nel tempo che viene: visione, tecnologia e futuro umano

Scrivere del futuro è sempre un atto rischioso. Non perché manchino le parole, ma perché ne circolano troppe. Il futuro, oggi, viene raccontato come una sequenza di annunci, di promesse, di accelerazioni. Tutto sembra già deciso, previsto, programmato. Eppure, proprio in mezzo a questa abbondanza di previsioni, ciò che spesso manca è la visione. Non quella tecnologica, ma quella umana. Scrivere nel tempo che viene significa allora sottrarsi al rumore, rallentare lo sguardo, rimettere al centro le domande invece delle risposte.

La tecnologia non è il futuro. È una parte del presente che si estende in avanti. Gli strumenti cambiano, si raffinano, si moltiplicano, ma restano strumenti. A cambiare davvero, o a rischiare di smarrirsi, è il modo in cui li abitiamo. Il futuro umano non dipende dalla potenza delle macchine, ma dalla qualità delle intenzioni che le guidano. Scrivere oggi significa interrogare questa relazione, senza entusiasmi automatici e senza paure apocalittiche.

Viviamo in un tempo che confonde velocità e profondità. Si corre, si produce, si pubblica, si reagisce. Ma raramente ci si ferma a chiedersi verso dove. La scrittura, se vuole avere un senso nel futuro che viene, deve recuperare la funzione del pensiero lento. Deve diventare spazio di decantazione, luogo di verifica, terreno in cui le parole non servono a impressionare ma a comprendere. Scrivere non per stare al passo, ma per capire se il passo è giusto.

Il rapporto tra tecnologia e umanità non è una sfida tra opposti. Non è una lotta, né una competizione. È una convivenza delicata. L’errore più grande è pensare che il futuro sia un problema tecnico. I problemi tecnici si risolvono con aggiornamenti, protocolli, calcoli. Il futuro, invece, è una questione culturale, etica, narrativa. Dipende da quali storie scegliamo di raccontare, da quali valori decidiamo di rendere centrali, da quali limiti siamo disposti a riconoscere.

Scrivere nel tempo che viene significa anche accettare l’incertezza. Non tutto deve essere chiaro, non tutto deve essere definito. La pretesa di controllare il futuro nasce spesso dalla paura di perderlo. Ma un futuro completamente controllato è un futuro già impoverito. La scrittura può offrire un’alternativa: non la certezza, ma l’orientamento. Non la previsione, ma la responsabilità.

C’è una parola che rischia di scomparire nel dibattito contemporaneo: discernimento. Tutto è possibile, tutto è disponibile, tutto è accessibile. Ma non tutto è necessario. Scrivere oggi significa reintrodurre il criterio della scelta. Chiedersi non solo cosa possiamo fare, ma cosa vale la pena fare. Non solo cosa funziona, ma cosa resta. In un tempo che misura tutto in termini di efficienza, la scrittura può ancora misurare in termini di senso.

Il futuro umano non si costruisce con slogan, né con visioni totalizzanti. Si costruisce con piccoli atti di consapevolezza. Con la capacità di ascoltare prima di parlare, di comprendere prima di decidere. La tecnologia amplifica ciò che siamo. Se siamo distratti, amplifica la distrazione. Se siamo superficiali, amplifica la superficialità. Se siamo attenti, può amplificare anche l’attenzione. La scrittura, in questo contesto, diventa uno strumento di allenamento dello sguardo.

Scrivere nel tempo che viene non significa schierarsi contro l’innovazione. Significa sottrarla alla retorica. Restituirle complessità. Ricordare che ogni innovazione porta con sé conseguenze inattese, zone d’ombra, effetti collaterali. La scrittura serve anche a questo: a illuminare ciò che non è immediatamente visibile, a dare parola a ciò che rischia di essere escluso dal racconto dominante.

C’è poi una dimensione spesso trascurata: la memoria. Un futuro senza memoria non è progresso, è ripetizione inconsapevole. Scrivere oggi significa tenere insieme ciò che è stato e ciò che potrebbe essere. Non per nostalgia, ma per continuità. Le società che cancellano il proprio passato finiscono per affidare il futuro a chi urla più forte, non a chi pensa meglio.

Il futuro umano non è una linea retta. È una trama. Intreccio di scelte individuali e collettive, di decisioni visibili e di gesti minimi. La scrittura può contribuire a rendere questa trama leggibile. Non semplificandola, ma rendendola abitabile. Offrendo parole che non chiudono, ma aprono. Che non spiegano tutto, ma permettono di orientarsi.

Scrivere nel tempo che viene è, in fondo, un atto di fiducia vigilante. Fiducia nella capacità umana di scegliere, ma vigilanza contro la tentazione di delegare tutto. Delegare alle macchine, agli algoritmi, alle tendenze. La scrittura ricorda che il futuro non arriva da solo. Viene costruito, giorno dopo giorno, anche da come parliamo di esso.

Forse il compito di chi scrive oggi non è indicare la strada, ma tenere accesa una luce. Non abbastanza forte da accecare, ma sufficiente a non perdere l’orientamento. Il futuro umano non ha bisogno di profeti, ma di narratori responsabili. Di parole che non promettono salvezze, ma accompagnano il cammino. E lasciano, sempre, una domanda aperta: che tipo di umanità vogliamo portare con noi, nel tempo che viene?

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