Mario Macaluso

Scrivere quando tutti parlano in un tempo che confonde il rumore con la presenza

Scrivere oggi significa entrare in un tempo affollato. Un tempo saturo, rumoroso, congestionato di voci che si sovrappongono, si rincorrono, si cancellano a vicenda. Tutti parlano, tutti commentano, tutti reagiscono. Le parole non mancano: si moltiplicano, si accumulano, si sprecano. Ciò che manca, semmai, è il silenzio che le renda necessarie.

Scrivere, in questo scenario, non è un gesto naturale. È una scelta controcorrente. È decidere di rallentare mentre tutto accelera, di fermarsi mentre il flusso pretende continuità, di sottrarre invece di aggiungere. Scrivere non per occupare spazio, ma per creare vuoti abitabili. Vuoti in cui una frase possa respirare, una domanda possa restare aperta, un pensiero possa non essere subito consumato.

Quando tutti parlano, la parola perde peso. Diventa suono, reazione, impulso. Si dice qualcosa non perché sia vero, ma perché è urgente dirlo. Non perché sia pensato, ma perché è condivisibile. Scrivere, allora, significa restituire gravità alle parole. Riportarle a terra. Farle tornare responsabili. Perché ogni parola scritta, a differenza di quelle pronunciate in fretta, resta. Chiede conto. Torna indietro a guardarci.

Scrivere quando tutti parlano significa anche accettare di non essere immediatamente ascoltati. Di non vincere l’algoritmo, di non entrare nel ritmo delle notifiche, di non inseguire l’attenzione. È un atto paziente, quasi ostinato. Un lavoro di scavo più che di esposizione. Si scrive sapendo che forse pochi leggeranno, ma che chi leggerà lo farà davvero.

C’è una differenza profonda tra parlare e scrivere. Parlare è spesso una difesa: serve a occupare il silenzio, a coprire un’incertezza, a non restare soli con un pensiero incompiuto. Scrivere, invece, espone. Costringe a scegliere le parole, a misurarle, a prendersene cura. Scrivere non permette scorciatoie: o si è presenti, o il testo lo rivela subito.

Nel rumore generale, la scrittura può sembrare inutile. Troppo lenta, troppo fragile, troppo esigente. Eppure è proprio questa fragilità a renderla necessaria. Perché scrivere non è reagire, ma rispondere. Non è commentare, ma comprendere. Non è dire la propria, ma provare a dire qualcosa che resti.

Scrivere quando tutti parlano significa anche sottrarsi alla logica dello scontro permanente. Le parole urlate dividono, semplificano, schierano. La scrittura, quando è onesta, complica. Introduce sfumature, apre contraddizioni, accetta ambiguità. Non offre soluzioni immediate, ma strumenti per pensare. Non chiude, ma apre.

C’è poi una responsabilità ulteriore: scrivere oggi significa sapere che ogni parola può essere estrapolata, deformata, usata contro. Eppure scegliere comunque di scrivere, assumendosi il rischio dell’equivoco, della semplificazione forzata, della lettura distratta. Perché il silenzio totale, in un mondo che parla senza ascoltare, non è sempre una virtù. A volte è una resa.

Scrivere, allora, diventa un atto civile. Non perché pretende di insegnare, ma perché prova a resistere alla superficialità. Non perché alza la voce, ma perché la abbassa. Non perché vuole convincere, ma perché vuole capire. È un modo per abitare il tempo senza farsi travolgere, per restare presenti senza diventare rumorosi.

Quando tutti parlano, scrivere è un gesto di cura. Cura per le parole, per i luoghi, per le persone, per il tempo che viviamo. È scegliere di non dire tutto, di non dire subito, di non dire a tutti. È accettare che alcune frasi abbiano bisogno di maturare, che alcune verità non siano pronte, che alcune domande non abbiano risposta.

Scrivere quando tutti parlano significa, in fondo, credere che il silenzio non sia vuoto, ma spazio. E che dentro quello spazio, se si ha pazienza, una parola giusta possa ancora nascere e restare.

In un tempo che confonde il rumore con la presenza, non è forse questa la forma più discreta e più necessaria di resistenza?

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