Calciopoli è esistita. Va detto subito, perché chi prova a fare un discorso onesto su questo tema deve liberarsi prima di tutto dal sospetto del negazionismo. C'è stata un'inchiesta, ci sono state intercettazioni, ci sono state condanne, ci sono state retrocessioni. Tutto questo è agli atti. Non si discute, non si minimizza, non si rimuove.
Quello che si può discutere, e che bisognerebbe cominciare a discutere, è cosa è successo a Calciopoli dopo Calciopoli. Cioè cosa è diventata, nel discorso pubblico italiano, vent'anni dopo i fatti. Perché lì la storia si fa molto più imbarazzante, e molto meno raccontata.
Da inchiesta a parola d'ordine
Calciopoli, oggi, ha smesso di essere il nome di una vicenda giudiziaria conclusa. È diventata un'arma. Un passpartout retorico che si tira fuori ogni volta che una decisione arbitrale, una sentenza sportiva, una nomina, una vittoria non ci piace. Basta dire "tanto si sa come funziona il calcio italiano" e la discussione è chiusa. Non servono prove. Non servono nomi. Non serve nemmeno una conoscenza minima dei fatti. Serve solo evocare il fantasma.
È una scorciatoia. E come tutte le scorciatoie, fa molti danni a chi sta sul percorso. Perché nel calcio italiano, oggi, ci sono migliaia di persone che lavorano con onestà. Allenatori, dirigenti di società piccole e grandi, arbitri, osservatori, magazzinieri, segretari, presidenti di provincia che mettono i loro soldi per tenere in vita una squadra. Persone normali, che ogni domenica fanno il proprio lavoro nel migliore dei modi che conoscono. Su tutte queste persone, l'evocazione costante di "Calciopoli" cade addosso come una macchia.
Il fango come argomento
Esiste, in Italia, una corrente di opinione che del fango ha fatto un metodo. Non un'eccezione, non una caduta di stile: un metodo. Davanti a qualsiasi situazione complessa — una sentenza, una decisione tecnica, un'assegnazione, una vittoria sportiva — la prima reazione è gettare un sospetto generico, senza concretarsi mai in un'accusa precisa. Il sospetto generico ha un vantaggio enorme: non si può smentire. Non avendo nominato nessuno, non avendo indicato nessun fatto specifico, chi lo lancia è inattaccabile. Sta solo "sollevando dubbi".
Il problema è che il dubbio sollevato senza prove non è un dubbio, è un'accusa travestita. E un'accusa anonima, non firmata, non documentata, è sempre la più vile delle accuse, perché non offre alla persona infangata nessun modo per difendersi. Come ti difendi da "tutti sanno come funziona"? Non puoi. Devi solo subire.
Chi ci guadagna
Vale la pena chiedersi a chi conviene questa atmosfera. Perché un'atmosfera del genere conviene a qualcuno, sempre. Conviene a chi nel calcio non vuole regole chiare, perché in un mondo dove "tutti sono ladri" non si può più stabilire una graduatoria morale tra chi è ladro davvero e chi non lo è. Conviene a chi vuole demolire l'autorità delle istituzioni sportive, perché un'istituzione delegittimata è un'istituzione che decide poco e male. Conviene a chi ha bisogno di un nemico permanente per costruire la propria identità, e trova nel "sistema marcio" un nemico comodo, sempre disponibile, mai bisognoso di prove.
Conviene poco, invece, a chi nel calcio italiano vorrebbe lavorare e basta. A chi pulisce uno spogliatoio, scrive un report tecnico, allena dei dodicenni il sabato pomeriggio, arbitra una partita di Eccellenza in un paese di provincia. A queste persone, l'evocazione costante di Calciopoli toglie qualcosa ogni domenica. Toglie credibilità a quello che fanno, toglie dignità al loro mestiere, toglie senso al fatto stesso di lavorare onestamente in un ambiente che è stato deciso a priori come marcio.
Distinguere i fatti dalle abitudini retoriche
Calciopoli non si dimentica. Non si negazionizza. I fatti che sono stati accertati restano accertati, e le sanzioni che sono state inflitte restano legittime. Ma una vicenda di vent'anni fa non può continuare a essere usata, ogni domenica, come prova generica della corruzione di un intero ambiente. Non lo è mai stata. Non avrebbe dovuto diventarlo.
Le persone oneste, nel calcio italiano, sono molte di più di quelle disoneste. È sempre stato così, anche durante Calciopoli. Smettere di gettare fango su tutti non è negare i fatti: è semplicemente avere il rispetto elementare di non confondere chi ha sbagliato con chi non ha sbagliato. È una distinzione facile. Bisogna solo avere voglia di farla.