Stiamo per saltare il terzo mondiale di seguito. La prima volta, nel 2018, ci siamo detti che era stata sfortuna. La seconda, nel 2022, abbiamo detto che era una crisi tecnica. Adesso, alla terza, dovremmo smetterla di cercare la causa nelle ultime tre partite e cominciare a guardare le ultime tre decadi.
Le diagnosi che si leggono in questi giorni sono note: troppi stranieri, vivai abbandonati, allenatori senza coraggio, fondi americani, presidenti distratti. Tutto vero, probabilmente. Ma c'è una causa più antica e più strutturale di tutte queste, e quasi nessuno la nomina: in Italia, da almeno vent'anni, il calcio non si gioca più. Si racconta.
Il calcio è diventato un genere televisivo
C'è stato un momento, intorno alla metà degli anni Novanta, in cui i talk show sportivi hanno smesso di commentare il calcio e hanno cominciato a sostituirlo. Non erano più una postilla del campo. Erano diventati un altro campo, parallelo, dove si stabilivano i criteri con cui giudicare quello vero. Le regole, le mode, i tabù: tutto si decideva lì, dietro le scrivanie illuminate, davanti alle telecamere fisse.
Da quel momento il calciatore italiano non ha più giocato per vincere la partita. Ha giocato per non finire male nei processi del lunedì sera. Sono due cose diverse. Vincere una partita richiede rischio, fantasia, errori. Sopravvivere al processo del lunedì richiede prudenza, ortodossia, niente colpi di testa fuori posto. Sono mestieri opposti.
I giocatori non sono spariti. Sono stati sostituiti
La cosa che si dice di solito è: non escono più i campioni. Non è esatto. I bambini con il talento sono ancora lì. Quello che è cambiato è ciò che fanno della loro infanzia. Vent'anni fa il bambino bravo guardava Maradona, Baggio, Totti, Del Piero, e provava a fare quello che facevano loro. Oggi il bambino bravo guarda gli stessi numeri di Maradona analizzati al rallentatore da un opinionista che spiega perché quel dribbling era tatticamente sbagliato.
La differenza è enorme. Nel primo caso impari il calcio. Nel secondo impari la recensione del calcio. E quando arrivi in campo a tredici anni, non provi più la giocata: provi la giocata di cui non potranno parlare male.
Il risultato è che oggi abbiamo, nei vivai italiani, ottimi atleti. Veloci, preparati, disciplinati, perfetti nei test fisici. Quello che non abbiamo più sono calciatori. Cioè uomini con un'idea di gioco propria, che entrano in campo per imporla. Abbiamo interpreti di un canovaccio scritto altrove.
Il commentatore al posto dell'allenatore
L'altro effetto è ancora più sottile. In Italia oggi un giovane allenatore non si fa le ossa nei campi di provincia: si fa le ossa nei salotti. Il modo più sicuro per arrivare a una panchina importante è passare prima dietro a un microfono. Lì impari a parlare, a usare le parole giuste, a costruirti un'identità verbale che il sistema riconoscerà come autorevole. Quando poi siedi in panchina, alleni nel modo in cui parlavi: pulito, prudente, didascalico, irreprensibile.
Si vede in campo. Le squadre italiane oggi giocano un calcio che sembra spiegato mentre lo si vede. Ogni passaggio è leggibile. Ogni schema è prevedibile. Niente è sbagliato — ma niente è memorabile. Sono partite che si possono raccontare benissimo. E che, proprio per questo, non si ricordano.
I grandi giocatori erano grandi anche perché erano sbagliati
Maradona era irregolare. Cassano era ingovernabile. Baggio aveva una postura che a un raduno tecnico moderno verrebbe corretta in tre giorni. Roberto Mancini, da giocatore, era fastidioso e geniale insieme. Tutti questi erano grandi anche per quello che non era ortodosso in loro. Erano grandi perché contenevano un'asimmetria, una stortura, un eccesso che il sistema non avrebbe mai potuto produrre da solo.
Oggi un Maradona ragazzino, in Italia, non arriverebbe in prima squadra. Verrebbe corretto, normalizzato, ricondotto. Non per cattiveria: per amore della disciplina narrativa. Verrebbe spiegato, e una volta che sei stato spiegato del tutto, hai smesso di essere giocatore.
Cosa servirebbe davvero
Servirebbe abbassare il volume. Lasciare che il calcio italiano torni un fatto fisico e non un fatto verbale. Che gli allenatori si formino sui campi e non davanti agli studi. Che i ragazzi tornino a guardare le partite intere invece dei venti secondi di moviola. Che i giocatori abbiano il diritto di sbagliare senza essere processati per tre giorni di seguito.
Senza questo, il problema non è il prossimo mondiale. Il problema è che il calcio, in Italia, non lo abbiamo più. Lo abbiamo solo registrato.