Sono passati vent'anni da Calciopoli. Vent'anni in cui ci hanno detto che il problema sarebbe stato risolto. Hanno cambiato i designatori, hanno introdotto la moviola in campo, poi il VAR, poi il VAR a chiamata, poi le sale audio aperte al pubblico. A ogni svolta ci hanno spiegato che adesso, finalmente, gli errori sarebbero diventati impossibili da nascondere. E adesso, vent'anni dopo, leggiamo che qualcosa non funziona dentro il sistema arbitri. Di nuovo.
Viene da chiedersi una cosa semplice: se ogni nuova tecnologia avrebbe dovuto risolvere il problema, e il problema invece torna sempre, forse il problema non era mai stato la tecnologia.
Il VAR doveva togliere il margine di errore. Lo ha solo spostato
L'idea era questa: se l'errore arbitrale è il problema, basta vedere meglio. Più telecamere, più angolazioni, una stanza con monitor enormi a Lissone, una squadra di arbitri che rivede tutto al rallentatore. Fine del dubbio, fine del sospetto, fine della polemica.
Non è andata così. Il VAR non ha tolto il margine di valutazione, lo ha solo trasferito. Adesso il dubbio non è più "lo ha visto?" ma "perché ha deciso di non intervenire?". Prima discutevamo di quello che l'arbitro aveva visto in tre decimi di secondo. Adesso discutiamo di quello che cinque persone hanno visto al rallentatore per due minuti, e su cui hanno comunque scelto di non chiamare l'arbitro al monitor. Il sospetto si è solo fatto più sofisticato.
La questione vera non era mai stata l'occhio umano. Era la discrezionalità. E quella, una tecnologia non te la toglie. Te la sposta di stanza.
Il sorteggio: l'unica volta che è stato provato sul serio
C'è stata una sola stagione, in Italia, in cui le designazioni arbitrali sono state davvero affidate al caso: 1984-85. Designatori sotto pressione, scandali alle spalle, e la decisione coraggiosa di togliere il potere a chiunque mettendolo nelle mani della sorte. Quel campionato lo vinse il Verona di Bagnoli. Una squadra che secondo le previsioni non aveva alcun diritto di vincerlo. Una squadra che tutti, ancora oggi, ricordano come anomalia.
Anomalia rispetto a cosa, però? Rispetto al fatto che di solito vincono le grandi. È un'anomalia statistica o è un'anomalia politica? Vale la pena chiederselo. Perché se l'unica volta che si toglie potere ai designatori vince una squadra che secondo i pronostici non poteva vincere, una conclusione si può azzardare: forse quel potere lì non è mai stato neutro. Forse non lo è mai potuto essere.
Perché allora non si fa ancora il sorteggio
Le obiezioni sono note. La prima dice: con il sorteggio puro non c'è criterio, può capitare che l'arbitro più scarso vada alla partita più importante. È un'obiezione vera. Si risolve con un sorteggio ponderato: solo arbitri di prima fascia per le partite di vertice, ma all'interno di quella fascia, sorteggio cieco. È un meccanismo elementare, lo si fa per le giurie nei tribunali da secoli.
La seconda obiezione dice: ma così togliete il giudizio del designatore, che conosce gli arbitri, sa chi è in forma, sa chi è in fiducia. È vera anche questa. Ed è proprio la ragione per cui il sorteggio funziona. Il designatore conosce tutto: e proprio per questo è soggetto a pressioni che un'urna non subisce.
La terza obiezione è la più rivelatrice. Dice che il sorteggio sarebbe un'ammissione di sconfitta, una resa, un riconoscere di non essere capaci di scegliere bene. Esatto. È esattamente questo. Ed è proprio per questo che bisognerebbe farlo. Non come accusa al designatore di turno, ma come riconoscimento istituzionale di una cosa che ormai sappiamo: nessun essere umano, in quel ruolo, è in condizione di scegliere senza essere influenzato da qualcosa.
Quello di cui abbiamo paura non è il sorteggio
Quando si parla di sorteggio, le società più potenti sono sempre le prime a dire che non funzionerebbe. È un fatto curioso. Se il sistema attuale è davvero neutrale, il sorteggio non dovrebbe cambiare nulla per nessuno. Un sistema imparziale produce gli stessi risultati di un sistema casuale: questo è il senso stesso della parola imparziale. Se invece il sorteggio fa paura, è perché il sistema attuale non era casuale.
Calciopoli è stata una ferita di vent'anni fa. L'errore è stato pensare che quella ferita si curasse con più tecnologia, più trasparenza, più procedure. Si curava con una cosa sola: togliere a qualcuno il potere di scegliere chi giudica chi. Non lo si è fatto allora. Non lo si fa adesso. E ogni cinque o sei anni, puntuale, torna lo stesso problema.
Forse è il momento di smettere di stupirsi.