Home Cefalù Filosofia Futuro libri passato Chi sono Cerca

L'Italia fuori dal mondiale: è crisi del calcio italiano fatto di sospetti e veleni

Mario Macaluso · 01 April 2026 · 4 min di lettura
L'Italia fuori dal mondiale: è crisi del calcio italiano fatto di sospetti e veleni

Non è una crisi sportiva, è una crisi di visione: l’Italia fuori dal Mondiale per la terza volta consecutiva non racconta solo una sconfitta, ma un sistema che ha smesso di credere nel proprio futuro.

C’è un dato che dovrebbe bastare da solo a fermarci e farci riflettere: tre esclusioni consecutive dalla fase finale dei Mondiali. Non era mai accaduto nella storia del calcio italiano. Non è un episodio, è una traiettoria. E ogni traiettoria nasce da scelte ripetute nel tempo. Il calcio italiano, oggi, non sembra avere un progetto. Vive di urgenze, di risultati immediati, di equilibri economici da rispettare. Ma il calcio, quello vero, si costruisce nel tempo lungo, nella pazienza, nella capacità di investire sui giovani anche quando non garantiscono vittorie subito. Abbiamo smesso di aspettare, e nel momento in cui smetti di aspettare smetti anche di crescere. Così perdiamo non solo le partite, ma la possibilità stessa di immaginare nuovi campioni.

Negli ultimi anni, la scelta è stata spesso la più semplice: acquistare calciatori stranieri già pronti, già formati, già inseriti in dinamiche competitive. Una scelta legittima, certo, ma che diventa pericolosa quando sostituisce completamente la formazione interna. Perché formare un talento richiede tempo, coraggio e anche la disponibilità ad accettare l’errore. E l’errore oggi non è più tollerato. Si vuole vincere subito, senza passaggi intermedi. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno spazio per i giovani italiani, meno identità nelle squadre, meno legame tra club e territorio. E quando manca questo legame, la Nazionale diventa inevitabilmente più fragile, più povera, meno riconoscibile.

Ma c’è un altro livello, più profondo e più scomodo, che riguarda la credibilità del sistema. In Italia, troppo spesso, il calcio non appare come un campo neutro dove vince il più forte. Si insinua, nella percezione collettiva, l’idea che si possa vincere anche per favore, per episodi, per decisioni che spostano equilibri. Quando questo accade, anche solo come sensazione diffusa, il danno è enorme. Perché si rompe il patto di fiducia tra chi gioca, chi guarda e chi racconta. E se il merito non è più il criterio dominante, allora anche la crescita tecnica si arresta. Non si migliora per diventare più forti, ma per adattarsi a un sistema opaco. E un sistema opaco non genera eccellenza.

In questo contesto si inseriscono anche polemiche, come quelle legate agli arbitraggi e a squadre che, secondo molti osservatori, sarebbero state penalizzate in momenti decisivi. Non è qui il punto stabilire torti o ragioni, ma comprendere l’effetto complessivo: quando il racconto del calcio è dominato dal sospetto, dalla polemica, dalla sfiducia, il gioco perde la sua dimensione educativa e culturale. Diventa altro. E quel “altro” non costruisce futuro. Anzi, lo consuma.

Poi c’è la questione dei calci di rigore, che nell’ultima esclusione diventano simbolo di un limite ancora più evidente. Perdere ai rigori non è solo sfortuna: è anche preparazione, allenamento, gestione della pressione. Se non sappiamo affrontare nemmeno quel momento, significa che manca un lavoro profondo sulla mentalità, sulla concentrazione, sulla responsabilità individuale. Il rigore è un gesto tecnico, certo, ma è anche un atto di verità: sei solo davanti al pallone, senza alibi. E se sbagliamo lì, forse non abbiamo costruito abbastanza solidità dentro i nostri giocatori.

Serve allora il coraggio di cambiare. Non con slogan, non con interventi superficiali, ma con una revisione reale delle regole e delle priorità. Serve riportare al centro il merito, la formazione, la trasparenza. Serve ridare spazio ai giovani italiani, non per obbligo, ma per scelta strategica. Serve creare un sistema in cui chi racconta il calcio lo faccia con onestà, senza piegarsi a logiche di convenienza o di appartenenza. Perché il calcio non è solo ciò che accade in campo, ma anche ciò che viene narrato fuori dal campo. E una narrazione distorta produce una realtà distorta.

Infine, c’è un confronto che dovrebbe farci riflettere ancora di più: quello con realtà calcistiche considerate “minori”, come la Bosnia, che riescono però a costruire un racconto identitario forte, coerente, riconoscibile. Non è solo una questione di risultati, ma di visione. Lì il calcio viene vissuto e raccontato come un patrimonio collettivo, come un elemento di orgoglio e di appartenenza. In Italia, invece, spesso prevale la frammentazione, la divisione, la logica dei piccoli interessi. E così perdiamo voce, perdiamo credibilità, perdiamo futuro.

Essere fuori dal Mondiale per la terza volta non è un incidente. È il punto di arrivo di un percorso sbagliato. Ma ogni punto di arrivo può diventare un nuovo inizio, se si ha il coraggio di guardare in faccia la realtà. Il calcio italiano ha bisogno di libertà: libertà dai condizionamenti economici che soffocano i progetti, libertà dalle logiche opache che minano la fiducia, libertà da una narrazione che non sa più distinguere tra verità e convenienza. Solo così si potrà tornare a vincere. Non subito, forse. Ma davvero.


Mario Macaluso

Mario Macaluso

Scrittore, blogger e founder del Festival del Cinema di Cefalù. Laureato in Filosofia con studi in Teologia. Scrivo per comprendere il tempo che viviamo, raccontando luoghi, persone e storie che meritano attenzione.

Tutti gli articoli →