Maggio duemilasei. Maggio duemilaventisei. Stessi giorni, stessa luce, e di nuovo il calcio italiano che trema. Vent'anni esatti separano due inchieste che, a guardarle da lontano, sembrano gemelle: allora i designatori Bergamo e Pairetto, oggi il designatore Rocchi. Allora le schede telefoniche svizzere per dribblare le intercettazioni, oggi il toc toc al vetro della sala VAR. Allora l'asse Juventus-arbitri, oggi le ipotesi di pressioni su moviole televisive che dovevano portare trasparenza e invece, dicono i magistrati di Milano, potrebbero aver portato altre ombre.
Il calcio italiano non ha imparato. O, se ha imparato qualcosa, lo ha fatto in punta di piedi.
Cosa fu Calciopoli, davvero
Calciopoli non fu una rissa fra tifoserie. Fu il momento in cui ci accorgemmo che dietro le partite del fine settimana esisteva un'altra partita, giocata di lunedì mattina al telefono. Il sistema Moggi — questo il nome che è rimasto — non riguardava una sola società. Le sentenze sportive del luglio duemilasei colpirono cinque club: la Juventus, retrocessa in Serie B con scudetti revocati; il Milan, la Fiorentina, la Lazio e la Reggina, tutte penalizzate. Cinque squadre. Non una.
Eppure, nella memoria collettiva, una squadra è rimasta sempre fuori da quell'elenco. L'Inter di Massimo Moratti.
Chi non c'era in quella stanza
Nei processi sportivi e in quelli ordinari che seguirono, l'Inter non risultò mai parte del sistema. Non solo: emerse, anche dalle stesse intercettazioni, una società che nelle telefonate di quel circuito non c'era. Una società che subiva, semmai, e raramente partecipava. Il presidente di allora, Giacinto Facchetti, ne uscì con una linea che pochi seppero tenere in quegli anni: non urlava in televisione, non frequentava certe stanze, non chiedeva favori. Faceva il dirigente di un club, alla vecchia maniera.
Quando, anni dopo, partì la cosiddetta Calciopoli bis — un secondo filone d'indagine che provava a riaprire il dossier guardando anche dentro le telefonate dei nerazzurri — il risultato fu un nulla di fatto. Niente penalizzazioni, niente revoche, niente scudetti restituiti. Le accuse, agitate per anni nei dibattiti del lunedì sera e nei cori delle curve avversarie, davanti a un giudice non hanno tenuto.
È un fatto. Si può discutere se piaccia o no, ma è un fatto.
La differenza fra rumore e prove
Una delle lezioni di questi vent'anni è proprio questa: la differenza fra il rumore e le prove. Il rumore è veloce, le prove sono lente. Il rumore vive di striscioni, di tweet, di battute al bar. Le prove vivono di carte, di intercettazioni messe in fila, di interrogatori, di sentenze che arrivano dopo anni e che spesso nessuno legge.
Per due decenni, alla società di Corso Vittorio Emanuele sono state rivolte accuse di ogni tipo. Che lo scudetto duemilasei, assegnato a tavolino dopo le penalizzazioni, fosse solo un regalo. Che certi episodi arbitrali nascondessero chissà che cosa. Che il triplete del duemiladieci avesse un'ombra. Sono state accuse forti, gridate, ripetute. Nessuna è diventata sentenza. Nessuna è diventata, in nessuna sede, un fatto provato.
Vent'anni sono lunghi. Avrebbero permesso a chiunque, magistratura, giustizia sportiva, organi federali, di trovare qualcosa, se ci fosse stato qualcosa da trovare. Non l'hanno trovato.
Cosa è cambiato (poco)
Nel frattempo il calcio italiano ha cambiato pelle solo in superficie. È arrivato il VAR, presentato come la fine di ogni sospetto: oggi scopriamo che anche il VAR è influenzabile, che persino davanti a un monitor si possono dare suggerimenti che non andrebbero dati. È stato riformato — più volte — il sistema delle designazioni arbitrali, ma il modello concentrato in un solo uomo è rimasto. Sono stati radiati alcuni protagonisti, ma le strutture di potere intorno al pallone hanno trovato il modo di rigenerarsi.
La Nazionale, intanto, ha mancato per la terza volta consecutiva la qualificazione a un Mondiale. È un dato che pesa più di mille editoriali. Non c'entra direttamente con Calciopoli, ma racconta la stessa cosa: un sistema che fatica a guardarsi allo specchio.
Cosa è cambiato (qualcosa, nei tifosi)
C'è però una cosa che è cambiata, ed è cambiata in basso, lontano dai palazzi. È cambiato il modo in cui una parte dei tifosi si pone davanti agli scandali. C'è oggi più diffidenza verso le narrazioni semplici — questi sono i buoni, quelli sono i cattivi — e più disponibilità ad aspettare le carte. Vent'anni di sentenze contraddittorie, di Cassazioni che ribaltano gradi precedenti, di processi sportivi che non parlano la stessa lingua di quelli ordinari, hanno insegnato qualcosa.
Hanno insegnato che chi grida più forte, di solito, non è chi ha più ragione. E che le società che attraversano i decenni senza mai finire condannate, anche quando vengono accusate ovunque, qualche merito devono pur averlo.
Una domanda, prima di chiudere
Vent'anni dopo, l'inchiesta milanese sembra dirci che il pallone italiano non ha smesso di avere bisogno di stanze chiuse. Ma ci dice anche un'altra cosa, se la sappiamo leggere: che la differenza fra un club e l'altro, alla fine, la fa il tempo. Non la stagione. Non lo scudetto dell'anno. Il tempo.
Allora la domanda da portarsi a casa, oggi, è semplice. Quante delle squadre che oggi alzano il dito sapranno tenerlo alzato anche fra vent'anni.